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domenica 30 novembre 2025

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Quasi una lezione

di Marco Celati - domenica 30 novembre 2025 ore 08:00

Prima ora. Il professore di lettere e varia umanità, Ulisse Scordo -giacchetta beige finto sportiva in realtà lisa, con toppe di camoscio sui gomiti, maglia a collo alto, pantaloni di velluto e polacchine blu sformate- fa il suo ingresso in classe. Siede alla cattedra su cui appoggia la vecchia cartella di cuoio e il registro.

⁃ Buongiorno ragazzi: plurale esteso, naturalmente…

⁃ Ok prof non si preoccupi, buongiorno a lei.

Risponde la Mughini dall’ultimo banco, in rappresentanza delle ragazze che della cerimonia dei generi se ne sbattevano il “topocazzo”. Del resto anche lui, per inclinazione conservatrice, ma non solo, preferiva semmai “tutti ed ognuno” al “tutte e tutti”, politicamente più corretto, ma alquanto stucchevole. Così almeno pensava mentre, aperto il registro, scorreva i nomi e faceva l’appello, segnando i presenti e gli assenti.

⁃ Bene, cominciamo. Avete letto i capitoli dell’Antologia che vi ho dato da studiare?

⁃ Due volte, prof.

Risate dal fondo della classe, in folta rappresentanza dei renitenti allo studio.

⁃ Sursum corda! Stamattina il Celati è in vena di spiritosaggini…

⁃ La corda è per gli impiccati, prof!

Altre risate, più diffuse.

⁃ Ancora!!! Sursum corda, come si sa, vuol dire…

⁃ In alto i cuori, lo so, ho fatto il chierichetto. Anche lei professore?

⁃ No, ma che spirito felice, complimenti! Sai cosa scrisse Leopardi nell’Ultimo canto di Saffo? “Vivi felice, se felice in terra visse nato mortal”.

Brusio generale, situazione a rischio di contagio degenerativo. Tra l’altro il professore non vede o fa finta di non vedere, il gesto apotropaico dello studente.

⁃ Va bene, Celati, va bene, ma ora, per il bene della classe e del Paese, facci un piacere: chetati!

Risatine diffuse, accondiscendenti, questa volta a suo favore. Aveva pensato a “taci”, più imperativo, ma troppo dannunziano e aveva preferito ripiegare nel più vernacolare “chetati”. Manzoniano, addirittura, da panni risciacquati in Arno se Don Abbondo definisce Lucia “un’acqua cheta”. Un bel passaggio per un calabrese, grecanico d’origine, ancorché toscano d’adozione.

⁃ Allora, iniziamo riprendendo una definizione dal greco antico, purtroppo di grande attualità: “pòlemos” che vuol dire guerra. Per Eraclito di Efeso -filosofo pre socratico vissuto tra il 535 e il 475 avanti Cristo- Pòlemos, il dio della guerra, era il padre e il re di tutte le cose. Ma non si riferiva alla guerra delle armi, bensì alla battaglia, ai contrasti della logica. Del logos. Finché si vive non c’è la morte. Una volta morti, non c’è più la vita. E questo sarà poco ed oscuro, ma è sicuro. Eraclito infatti, da Socrate e Aristotele, era detto “L’Oscuro”. Si vive e si muore. Ogni cosa si tiene e passa, si trasforma e diviene. “Pánta rei”, tutto scorre, il frammento per cui andava più famoso. Anche se nei Frammenti questo detto non compare.

⁃ E allora chi lo disse o lo scrisse?

Chiede Modesti, il primo della classe dal primo banco, alzando la mano.

⁃ È da attribuirsi al suo discepolo Cratilo. La storia è fatta così: raccoglie il flusso delle cose. Bisogna dire comunque che l’uso di pólemos era diffuso. Da pólemos, mi pare d’averlo già spiegato, viene "polemica" che non è guerra, ma l’etimo è quello. Forse è un modo più soft di guerreggiare. Del resto se un generale prussiano sosteneva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, appellandoci largamente al principio d’identità della logica aristotelica di cui abbiamo parlato qualche lezione fa, la frase si può rovesciare e anche la politica diviene la continuazione della guerra con altri mezzi, in forme cosiddette “civili”.

⁃ Allora la politica fa schifo!? Mi pareva, infatti. Tutti che litigano per dire le solite cose…

Interviene la Nardini, con un tono in crescendo acrimonioso.

⁃ Ovviamente se la politica è solo vis polemica televisiva. Se invece è l’impegno profuso per governare la polis allora è un’arte assai nobile e degna di attenzione. Addirittura una professione, secondo un saggio di Max Weber -un sociologo tedesco- pubblicato nel 1919. Del resto Aristotele sosteneva che chi non fa parte della polis o è barbaro o è Dio. Però gli antichi, c’è poco da fare, si facevano guerra. Non che i moderni siano da meno. L’etica arcaica e successivamente l’etica della polis si fondano su modelli di valore competitivo, legati alle virtù eroiche. Questa propensione connaturata alla guerra, al mito dell’eroe e all’amore per la polis, la ritroviamo in seguito, nella latinità, in un verso di Orazio: Dulce et décorum est pro patria mori”…

⁃ Addirittura!

⁃ Che c’è Celati, qualcosa da obiettare? Non che ne manchino ragioni. Ad esempio in una poesiascritta nel 1917, durante la prima Guerra Mondiale e intitolata proprio “Dulce et decorum est”, ilpoeta e soldato britannico Wilfred Owen rappresenta la realtà cruda della guerra, orribile e ripugnante come il cancro, condannando l’abietto uso del gas. E, rivolgendosi ad Orazio, dice, se vedessi tutto questo orrore “amico mio, non diresti con così grande entusiasmo ai ragazzi, che bruciano per una gloria disperata, la vecchia bugia: è dolce ed onorevole morire per la patria”.

⁃ La Pro Patria, professore, gioca in serie C.

Ilarità dagli ultimi banchi, timore di provvedimenti tra i primi. La risposta non si fece attendere e venne con il “lei”, che era già un segnaccio, espressione di una rabbia trattenuta.

⁃ Vede Celati, lei sopravvaluta il suo spirito di patate e soprattutto la sua intelligenza a cui finisce per fare torto. Di per sé l’intelligenza è una facoltà molto sovrastimata, quando non usurpata. Contano assai più lo studio, il sapere e la volontà. Intanto questa ottima citazione calcistica, insensibile e fuori luogo, merita un bel quattro, che fa media, e non inglese! Attenzione che quest’anno la Pro Patria non retroceda…

Silenzio tombale mentre il voto veniva impresso sul fatidico registro, anche per l’infausto presagio: la Pro Patria un tempo militava addirittura in serie A!

⁃ Ma riprendiamo. E qui entrano in ballo filosofi, politici e storici. La guerra per gli antichi, se veniva praticata per la libertà delle poleis, le città stato greche, era accettata e perseguita. Morirne era non solo possibile, non solo necessario, ma addirittura auspicabile. Per Demostene -politico e oratore ateniese del IV secolo a.C.- lo era per l’onore, la gloria e la difesa della democrazia. Tutto ciò, perfino da Platone, era considerato fattore di istruzione, di provenienza nobile, di sacrificio doveroso per onorare e superare gli antenati, i padri. Gli eroi eponimi. Che vuol dire eponimo?

Una mano si alza di scatto dal primo banco.

⁃ Modesti, sentiamo.

⁃ È un personaggio che dà il nome ad un popolo, il fondatore di una città. Epónymos: che mette sopra il nome.

⁃ Molto bene. Ovviamente si levavano anche voci contrarie alle guerre. Ad esempio Eschine -retore Ateniese, sempre del IV secolo- polemizzando proprio con Demostene, scrisse, testualmente: “durante la guerra, mi adoperai a coalizzare gli Arcadi e i Greci contro Filippo -il Macedone- e poiché nessuno veniva in soccorso di Atene… e i nostri politici facevano della guerra un mezzo per finanziare le loro spese quotidiane, consigliai il popolo di riconciliarsi con Filippo e stipulare quella pace che tu -Demostene- non avendo mai toccato con le mani un’arma, ritieni vergognosa, mentre io dico che essa è molto più onorevole della guerra”. E si scaglia contro gli ispettori delle truppe e i commissari della flotta che, leggo: “gettano la città in estremi pericoli…e annientano al tempo stesso la pace, che della democrazia è il baluardo, e fomentano le guerre che abbattono la democrazia”. E poi Euripide -il celebre, coevo, drammaturgo greco- in alcuni passi della tragedia “Le Supplici” scrive: “eppure tutti noi uomini quale sia tra i due logos il migliore sappiamo, e sappiamo distinguere il bene dal male e quanto per i mortali sia la pace migliore della guerra”. E inoltre, “voi, poleis, potreste con le trattative evitare sventure, invece non con la ragione, ma con le stragi risolvete le controversie”. Infine, sempre dalle Supplici, leggo ancora: “O disgraziati mortali, perché vi procurate le spade e vi ammazzate reciprocamente. Fermatevi e, cessando le fatiche, proteggete le città, uomini tranquilli fra gente tranquilla. Il corso della vita è breve: bisogna viverla nel modo più sereno possibile e non tra le sofferenze”. Questo di Euripide era uno spettacolo teatrale. E anche la voce di Eschine non sappiamo quanto rappresenti veramente lo spirito degli ateniesi o se mantenga i motivi e le ambiguità del pacifismo di Atene.

⁃ Professore, se la storia insegna qualcosa, secondo Eschine soprattutto, e anche Euripide, è meglio trattare una resa piuttosto che fomentare guerre e combattere. E allora anche per la guerra tra l’Ucraina e la Russia sarebbe bene assumere questa linea pacifista, diplomatica, del male minore, piuttosto che insistere con le armi.

⁃ Hai ragione Baldacci, la speranza è che la storia ci insegni effettivamente qualcosa, anche se spesso è difficile capire o giustificare che cosa. Al di là delle opinioni è giusto. È giusta la pace. Magari la differenza tra Eschine o Euripide e noi è che loro erano i greci e facevano sulla loro terra, la loro polis. Sul loro, non sul nostro. Anche se uniti nel consesso delle Nazioni e dei Paesi, spesso e volentieri noi invece imponiamo guerra e pace agli altri con prepotente o supponente arbitrio. Nel caso specifico, mi permetto di correggere: la guerra è tra la Russia e l’Ucraina, non viceversa, e non è un gioco di parole.

⁃ Ma tra Sparta e Atene, prof, chi era per la guerra? Non era Sparta?

⁃ Bella domanda, Desideri, bravo. La cosa però è più complicata: l’oligarchica Sparta era a capo della Lega Peloponnesiaca e la democratica Atene della Lega Delio-Attica. La logica di difesa e di guerra delle antiche poleis, come s’è detto, caratterizzava entrambe. In realtà una politica imperialista fu messa in atto più da parte di Atene, che, con la flotta, aveva il predominio sul mare. Gli ateniesi, due anni su tre, vanno in guerra e sono anche famosi per non avere pace e non permettere agli altri di averne. Atene spendeva dal 50 al 75% del suo bilancio per le armi. Nei prossimi giorni vi parlerò della “trappola di Tucidide”, per adesso prendetene nota. Ora senza giustificare tutto con lo storicismo e senza descrivere la culla della civiltà come una banda di guerrafondai, bisogna dire che allora era così. E così, oggi si può dire, è stata la storia. Si deve però aggiungere che Pericle -militare, politico e oratore ateniese- rovesciò il significato e il senso della guerra per la patria e, eventualmente, ma malauguratamente, del morirne. Per Pericle non erano tanto la gloria fine a sé stessa o i concetti astratti dell’eroe, della patria, della libertà e dell’onore dei padri, a giustificare la guerra. Erano piuttosto il mantenimento della civiltà ateniese, i suoi benefici, il godimento delle possibilità di vita che Atene offriva ai suoi cittadini. Quindi era per il proprio bene che ognuno combatteva, al fine di conservare per il futuro i diritti e i privilegi di vivere in un’Atene democratica e imperiale, di cui divenire “amanti”. Ma non di un amore cieco, quanto razionale. E morire, contro il mito della bella morte, era una sofferenza e una perdita. Bisognava invece vincere e vivere: la posta in gioco per noi non è la stessa di coloro che non posseggono niente di simile alla polis. Quindi non si tratta tanto o solo di un sacro dovere, ma di “un’intelligente” valutazione dei fatti. Intelligente fra molte virgolette. La prosperità è libertà e libertà è il coraggio di difenderla e conquistarla. Come scrive Tucidide, “essere felici significa essere liberi, essere liberi significa essere coraggiosi, cioè non rifuggire dai rischi della guerra”. Ma, al di là della retorica bellica, per cos’altro è famoso Pericle?

Alzano la mano in due. Uno, dal primo banco, non importa dire chi sia, l’altra Aïcha Ndiaye, senegalese. Italiana in verità.

⁃ Sentiamo, Ndiaye.

⁃ Ad Atene facciamo così, il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, le leggi sono uguali per tutti, la felicità è frutto della libertà e nessuno è straniero nel nostro Paese… Più o meno.

⁃ Benissimo, lo riporta Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Leggiamo una traduzione del discorso di Pericle che commemora i caduti in guerra e intesse l’elogio della potenza e della vita culturale di Atene, la scuola dell’Ellade. “Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia! Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti, ma non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza. Siamo liberi, ma coesi, preparati ad affrontare ogni pericolo. Non trascuriamo la cosa pubblica quando attendiamo alle faccende private, ma non ci occupiamo dei pubblici affari per risolvere le questioni private. C’è stato insegnato a rispettare i magistrati e le leggi, proteggendo coloro che ricevono offesa, ma anche a rispettare le leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. Chi non si interessa dello Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile e benché la politica pochi siano in grado di farla, tutti ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo alla democrazia. Siamo convinti che la felicità sia il frutto della libertà, ma che la libertà sia il frutto del valore. Così ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in sé stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero”. Niente male per essere nel 431 a.C.!

⁃ Professore, ma le donne votavano ad Atene?

⁃ No, Ndiaye, e nemmeno gli schiavi e i gli stranieri residenti, che erano “meteci”. Potevano votare solo coloro che, entro le mura o fuori di esse, avevano la cittadinanza ateniese, gli uomini liberi che avevano completato l'addestramento militare, anche se tutti potevano proporre leggi all’Ecclesia, l’assemblea popolare.

⁃ Ma allora che democrazia è?

⁃ Era, Marconcini, era. Per quei tempi e quel contesto storico lo era e a noi i suoi principi, non certo e non solo la schiavitù, l’esclusione e la guerra, sono stati tramandati. Non era un mondo perfetto, nessun mondo le è, tantomeno il nostro, ma le parole di Pericle sono indimenticabili. Anche e soprattutto quando c’è chi vorrebbe dimenticarle o farle dimenticare. In conclusione abbiamo aperto troppe parentesi, qualcuna senza nemmeno chiuderla del tutto. Per spiegare e insegnare spalo nuvole, divago…

⁃ In-signare”, imprimere un segno!

⁃ Lo so Modesti, lo so, ma grazie della precisazione. Comunque, sarà il precariato vitalizio, però è vero che spesso divago. Mi dispiace ragazzi.

⁃ Ora non si butti troppo giù, professore. C’è di peggio…

⁃ E grazie anche alla Colombo, ero certo di contare sul suo buon cuore!

Brusio dai banchi delle femmine. La Colombo era la bellona della Terza C.

⁃ Però è così: tendo all’astrazione, dopodiché discendo dall’Iperuranio con un atterraggio di fortuna sul mondo della realtà per diventare esoso a me stesso e agli altri.

⁃ Iperuranio è Platone?

⁃ Certo Modesti, certo…

⁃ Ma lei non è esoso, professore. È esotico!

Sghignazzi malcelati dai banchi delle ultime file.

⁃ Questa proprio mi mancava! E bravo, Lami, sento con piacere che nonostante la lezione, siamo ancora in vena di battute. Bene, è finita l’ora. Rilassatevi. A casa ripassate Erodoto, Tucidide e la Guerra del Peloponneso. Ne parliamo alla prossima. Naturalmente se il primo della classe e qualche irresistibile e simpatico bischero lo consentiranno.

Risate, abbastanza generali, anche dei diretti interessati chiamati in causa.

⁃ Poi si interroga.

Fine delle risate. Di tutti.

⁃ Au revoir, les enfants.

⁃ È un film di Louis Malle, professore, una citazione?

⁃ Modesti!!! Abbi pietà di me…

Il Modesti era troppo studioso ed educato per sapere che anche “simpatico bischero”, un epiteto improbabile per un calabrese, quantunque ormai toscano, era una citazione da “Ovosodo” di Virzì. E per fortuna la campanella, salvifica, suonò la fine dell’ora.

Marco Celati

Pontedera, Novembre 2025

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P.S. Inutile che dica che persone, fatti e avvenimenti descritti non rispondono al reale, sono frutto di fantasia e qualsiasi accostamento, ancorché possibile, è puramente casuale. Una cosa però, pur travisata, è vera. “Professoressa, lei non è esosa, lei è esotica” lo disse davvero Vittorio Lami alla professoressa di Filosofia -Barili, mi pare- del Liceo Scientifico, che ci confidò di essere un tantino esosa. Vittorio non c’è più, ai compagni di scuola anzitempo scomparsi va il nostro commosso ricordo.

Grazie all’Associazione Italiana di Cultura Classica di Pontedera per il convegno nazionale “Democrazia, imperialismo, guerra. Da Atene a noi” a cui, partecipando, ho attinto a man bassa.

Marco Celati

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