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venerdì 24 maggio 2019

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: Solitudini

di Libero Venturi - domenica 06 gennaio 2019 ore 07:00

Ci sono quattro categorie di persone: quelli che credono di essere migliori di quello che sono, quelli che credono di essere peggiori di quello che sono e poi ci sono i non credenti. E infine quelli che sono soli.

Che pena la vita! Pensarsi migliori di come si è e poi ridursi ad un niente o a ben poca cosa. Qualche roba scritta su fogli o vecchi quaderni, su floppy disk ormai intraducibili, documenti racchiusi in qualche borsa, riposta in un angolo a prendere la polvere. E alla fine questo è: polvere. Memorie sbiadite che non interessano più a nessuno, intenzioni dimenticate e perdute. E chissà cosa credevamo, cosa ci aspettavamo che fossero la vita ed il tempo. Ecco, è tutto qui quel che resta. Girarsi indietro e non trovarsi più. Sentire il vuoto senza provarne orrore. Tuttalpiù un senso di fastidio.

Prima rimettevo gli orologi di casa, regolavo l’ora legale, cambiavo le pile quando erano esaurite. Ora li lascio andare avanti o indietro oppure lascio che si fermino a loro piacere. Trascuro il tempo che ieri tenevo aggiornato. Forse perché evito di soffermarmi sulla vita, lascio che la vita avvenga e così vivo.

Le api per difendersi pungono e lasciano nell’avversario il pungiglione che è una parte del loro corpo che si spezza. Così muoiono. Che triste destino riserba loro la natura! In genere ci si difende avendo almeno una speranza di salvezza. Quegli insetti no, già difendendosi sono destinati a morire. Forse non lo sanno che vanno incontro alla morte, perciò si sacrificano. Gli uomini hanno un triste primato fra le altre bestie: sentono di morire e lo temono. Chissà se gli animali hanno lo stesso senso della morte e avvertono l’angoscia della loro fine.

Alla mia età bisogna scegliere che occhiali mettersi. Con quelli per vedere da vicino le cose in lontananza si sfocano e, all’opposto, se metto quelli con le lenti per vedere da lontano, gli oggetti più prossimi vanno fuori fuoco. E così qualcosa sfuma sempre, a seconda dove si guarda e che lenti si usa. Ci sono gli occhiali bifocali: però la miopia resta costante, ma, a causa della presbiopia, il suo opposto, la vista da vicino peggiora di continuo. Bizzarra è la natura. Così dovresti cambiarli spesso, gli occhiali bifocali. E poi non è facile portarli, occorre adattare il movimento degli occhi e della testa al variare delle lenti e l’effetto è straniante, come mal di mare.

In realtà perdere la capacità di vedere ciò che è vicino e ciò che sta lontano è una metafora indolente della vita. Una sorta di strabismo esistenziale che ci faccia vedere da vicino mentre guardiamo lontano e viceversa, sarebbe utile, ma difficile esserne dotati o farne uso. La vicinanza o la lontananza si snebbiano alternate nel nostro sguardo e così perdiamo la vista d’insieme delle cose. Se stiamo attenti ai nostri piedi non vediamo dove porta la strada e se guardiamo all’orizzonte che sfuma non ci accorgiamo delle insidie del cammino.

Non siamo mai soli come pensiamo. O forse di più. È che, quando si è stati soli troppo a lungo, si acquisisce la comodità desolante della solitudine. Eppure c’è sempre gente intorno a noi o con noi. Persone a cui vogliamo bene e che ce ne vogliono. L’amore si oppone alla solitudine o cerca di farlo. Ognuno ama o vuol bene a modo suo. Chi lo fa; perché siamo anche capaci di male e di odio. Viene da pensare allora che essere soli sia uno stato d’animo, una condizione esistenziale, un’incapacità di relazione che è innata in taluni o si contrae, se n’è infettati, come una male di vivere, a seconda di come si vive.

Peggio è se la solitudine diventa una condizione sociale che deriva dall’essere o sentirsi diversi perché poveri ad esempio o perché veramente diversi. E alla fine diversi perché soli. Le persone che non ne hanno, che non arrivano alla fine del mese e a volte nemmeno a metà, non è detto che si uniscano ad altri loro simili per rivendicare riscatto o trarre conforto da una comune appartenenza di classe. È più facile che si isolino per vergogna e desolazione e si riducano in solitudine, reietti in un mondo che ostenta ricchezza e potere, a covare invidia sociale. Solitamente c'è una correlazione inversa tra leggerezza dello spirito e pesantezza del portafoglio, me l’ha fatto notare un amico. Ma ne ero già al corrente. E di fatto non esiste un sindacato dei poveri. Un tempo lo erano i partiti di sinistra, oggi è più facile che siano la rabbia, il populismo perfino il nazionalismo o il sovranismo di quelli di destra a intercettarne bisogni e pulsioni. Paure e bisogni si intrecciano spesso ed è semplice farli sentire intrecciati.

Le persone di orientamento sessuale diverso -diverso non da quello “normale”, semmai da quello comune- immagino possano sentirsi sole, se non trovano la forza di dichiararsi ai propri cari o affermare la propria identità nella vita che fanno ed hanno diritto di fare. E spesso non sarà questione di coraggio da parte loro, ma di incapacità del contesto sociale di concepire quel coraggio.

Le diversità fisiche, gli handicap possono creare solitudine o isolamento. Ci sono pieghe della natura da cui non si guarisce mai e possiamo sentirci impotenti di fronte ad esse, pensando che ne sarà dei nostri cari diversamente abili se, dopo di noi, resteranno soli o se verrà meno la solidarietà degli uomini o della società.

Si sentiranno soli i migranti, le persone di colore, i neri in mezzo ad altri loro simili, in fuga dalle terre del bisogno, delle sopraffazioni e delle guerre. Le loro terre, dove mancano pane ed acqua, giustizia e pace nel mondo delle abbondanze, delle armi e dei poteri. Ci interroghiamo atterriti sulle percentuali di delinquenza degli immigrati, salvo scoprire, magari dalle stesse forze dell’ordine che gli stranieri delinquono nella stessa percentuale degli italiani. Pochi però si chiedono quale percentuale di povertà ci sia tra quegli stranieri: scoprirebbero che per il Rapporto Caritas, nel 2017, tra i 5milioni di poveri assoluti in Italia, il 5% sono italiani e il 29% stranieri. E che risulta povera una famiglia su venti tra gli italiani e ben una su tre fra gli stranieri. Peggio, no? Io non sono straniero, sono diversamente italiano, dice un amico nero. Scherza. Nessuno è straniero, tuttalpiù forestiero.

Non ci sono facili rimedi alle solitudini degli uomini, perché tante sono le specie degli uomini, che pure sono una sola razza, e tante le manifestazioni delle solitudini, che pure sono comunque essere o sentirsi soli. L’unico rimedio alle solitudini sono le solitudini stesse che si uniscono e provano a non esserlo più o ad esserlo meno. Anche se questa è una contraddizione in termini e le contraddizioni in termini sono dure, talora impossibili a risolversi. Ma, se c’è un istinto primordiale di sopraffazione, c’è anche un istinto atavico alla solidarietà. Perché “l’uomo è il rimedio dell’uomo”, dice un proverbio senegalese. Magari sarebbe più prudente, anche se meno utopico, dire “sarebbe”, volgendo il verbo e il proverbio al condizionale. Dal tempo dell’utopia al periodo ipotetico, ma tant’è.

Poveri e ricchi, questo mondo o un altro possibile, è come tra la notte e il giorno. Non riusciamo a trovare un ritmo circadiano sociale che condizioni positivamente gli uomini, i popoli, i paesi, la Terra. Che riavvicini le distanze. Che riequilibri tutto e tutti, rivoluzionando e conservando il valore di ognuno. I contrasti fanno parte di noi e sembrano insanabili. Così ce ne approfittiamo. Dovremmo pensare al nastro di Möbius. Se si uniscono, dandogli una mezza torsione, le estremità di un nastro che ha due superfici, un sotto e un sopra, si avrà una figura con una superficie non orientata da una stessa parte, ma unica, che gira e torna su se stessa. Se poi si taglia al centro, nel senso della lunghezza, viene fuori un anello più lungo a torsione intera. E se ripetiamo ancora l’operazione avremo due nastri diversi, concatenati tra loro. Ecco, immagino che nella vita, nel mondo, forse noi siamo come su un anello di Möbius: apparteniamo in continuo ad una parte e al suo opposto o ne siamo comunque uniti. Dobbiamo compiere un percorso. E questo può interpretarsi come un’immutabile, rassegnata conservazione o un rivoluzionario, progressivo cambiamento. Possiamo scegliere, dovremmo farlo. Perché sia la solitudine che la solidarietà girano intorno a quell’anello. Buona Epifania, buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 6 Gennaio 2019

Libero Venturi

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