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Cultura giovedì 24 settembre 2026 ore 14:00

A chi appartieni? L'Elba nel suo dialetto

Foto Gemini

Da "favaléssa" a "s'aguanta", tra Corsica, Toscana e un pizzico di Spagna: le parole degli elbani e il dizionario che le ha custodite



ISOLA D'ELBA — "A chi appartieni?". Un ragazzino elbano seduto in piazza, con la palla tra le mani, raramente risponde con il solo cognome: risponde con una storia. "Sono il nipote di Piero, il pescatore". E l'anziano che ha fatto la domanda annuisce, colloca quel bambino nel punto giusto dell'albero genealogico e comincia a raccontare. All'Elba il dialetto serve a questo: a riconoscersi, a ritrovare una famiglia, un mestiere, un paese. Più che una lingua, è un modo di dire "sei dei nostri".

Di questo mondo di suoni esiste un custode prezioso: il Dizionario vernacolare elbano del professor Domenico Segnini, pubblicato a Portoferraio da Il Libraio nel 1994, 255 pagine che raccolgono parole, espressioni e modi di dire della tradizione dell'isola. Un post di Infoelba ne ha ricordato l'esistenza regalando un assaggio irresistibile: "favaléssa", epiteto riservato a una persona sciocca, incapace o indolente, con tanto di esempio d'uso chiuso da puntini di sospensione.

 

S'aguanta – Si tira avanti, si resiste (dallo spagnolo "aguantar") (foto Gemini)

Ma che cos'è, esattamente, l'elbano? La risposta è meno scontata di quel che sembra. Nel 2000 il linguista Giannelli lo ha incluso tra le dieci varietà toscane individuate, riconoscendogli dignità di parlata a sé. Già nel 1934 Romualdo Cardarelli lo collocava tra i dialetti còrsi, precisando che è il più toscanizzato del gruppo. A Portoferraio, porto e crocevia di genti, la toscanizzazione è evidente, con le "c" e le "t* aspirate, probabilmente per i massicci apporti continentali dell'epoca medicea. Il dialetto più autentico si è rifugiato nelle zone marginali, a oriente e a occidente, e l'Elba occidentale è un vero "ponte linguistico" fra Toscana e Corsica. 

Le prove sono scritte sulla carta geografica. Pradupino deriverebbe da "Pra' d'u pinu", il prato del pino, ultima traccia dell'antica terminazione latina in "u". Bóllero, Poiòlo e Tole differiscono di poco dai corrispettivi còrsi, dove "bóllaru" indica la polla d'acqua, "pughjólu" il poggio e "tola" la tavola. Intorno a queste radici si è depositato, nei secoli, un mosaico di influenze corse, pisane, longobarde, siciliane e francesi, cementato da una tradizione di minatori e pescatori.

Ogni paese ha poi la sua voce. A Rio, si racconta, la parlata strizza l'occhio allo spagnolo: "O miralo!" per "guardalo", come il "mirar" iberico. A Capoliveri la "C" diventa "G" e la "P" diventa "B", e un "O abrilo quel coso!" suona brusco ma è un consiglio da compare. A Pomonte e nell'ovest, la zona più contaminata dal còrso, si ascoltano frasi come "andommo al mare l'anno scorso". E ovunque, alla domanda "come va?", si sente rispondere "Ehhh, s'aguanta!": dallo spagnolo "aguantar", resistere. Un piccolo trattato di resilienza isolana in due parole.

Poi arrivano i detti, e qui il sorriso è d'obbligo. Davanti a un giocattolo troppo caro, le mamme rispondevano che "costa più dell'orzo di Pianosa", l'isola dal terreno povero dove coltivare orzo richiedeva fatica e denaro. Chi si lascia ingannare "abbocca come un ghiozzo", pesce di proverbiale ingenuità. Quando le fette di torta non bastano per tutti gli invitati, "qui c'è più giorni che sarsicce". Il bambino tornato a casa con le ginocchia sbucciate somiglia al "cavallo dell'Ancillotti", combinaguai per eccellenza, e l'attesa di una partenza si esprime con un "mi par mill'anni". Regina delle storie è quella di Tista, factotum del cinema Astra di Portoferraio: quando il figlio Dimitri, durante una visita militare, si presentò come "il figlio di Tista" e gli ufficiali restarono perplessi, replicò "n'hai visti di morti cini", ovvero "hai visto davvero pochi film, se non sai chi è mio padre". A Pomonte, infine, "sei proprio un trasto": il trasto era l'asse di legno usata come passerella dai caricatori di granito, e chi finiva in mare si guadagnava il commento. Le storie che accompagnano questi modi di dire, tramandate a voce, non hanno il crisma degli studi linguistici, ma hanno il pregio di essere vive.

Il dialetto elbano ha avuto i suoi raccoglitori anche due secoli fa. Vincenzo Mellini, nato a Rio Marina il 15 Dicembre 1819, compilò un Saggio di vocabolario del vernacolo elbano, conservato in manoscritto alla Biblioteca Foresiana di Portoferraio e parte di un progetto più ampio, una storia dell'isola. Rimasto inedito, è stato pubblicato nel 2005 da Edizioni dell'Orso a cura di Annalisa Nesi, docente di Linguistica italiana all'Università di Siena e studiosa dei rapporti linguistici fra Toscana e Corsica, con una biografia dell'autore firmata da Crista Bertelli. Il volume è stato presentato alla Foresiana il 10 Febbraio 2006, con un messaggio chiaro: perdere la memoria del proprio intercalare significa smarrire un pezzo di identità culturale. Le testimonianze di Mellini hanno inoltre permesso di rivedere il quadro dei dialetti elbani e di puntualizzare la situazione ottocentesca, utile anche per leggere l'oggi. 

Vincenzo Mellini fu nell’Ottocento uno degli studiosi di punta e più fecondi per la ricostruzione della storia della nostra isola. Nato a Rio il 16 dicembre 1819 dall’ingegnere, ed ex ufficiale napoleonico, Giacomo e da Lucrezia Ponçe de Leon, Mellini morì a Livorno il 13 Dicembre 1897. Si laureò in legge a Pisa e dedicò gran parte della sua vita allo studio dell’isola d’Elba e delle altre isole minori dell’Arcipelago. Fu, come il padre, nominato direttore delle miniere di Rioe in seguito fu eletto sindaco di Rio e anche di Rio Marina.

Due raccoglitori a due secoli di distanza, un unico tesoro da custodire. Perché le parole, come i ragazzini in piazza, appartengono a qualcuno finché qualcuno se le ricorda. All'Elba, per fortuna, si risponde ancora.

 Vincenzo Mellini, nato a Rio Marina il 15 dicembre 1819, compilò un Saggio di vocabolario del vernacolo elbano

PICCOLO DIZIONARIO ELBANO

A chi appartieni? – Di quale famiglia sei? La domanda con cui gli anziani collocano un giovane nella rete delle parentele.
Abboccare come un ghiozzo – Lasciarsi ingannare con ingenuità, come il pesce che non diffida dell'amo.
Abrilo – Aprilo (Capoliveri, dove la P diventa B): "O abrilo quel coso!".
Andommo – Andammo (Elba occidentale, influsso còrso).
Araganato – Arrabbiato, inquieto, in collera.
Cavallo dell'Ancillotti – Persona che combina guai, spesso con le ginocchia sbucciate.
Costa più dell'orzo di Pianosa – Costa troppo: non te lo compro.
Favaléssa – Persona sciocca, incapace o indolente.
Mi par mill'anni – Non vedo l'ora.
N'hai visti di morti cini – Hai visto davvero pochi film: si dice a chi non conosce ciò che dovrebbe essere noto a tutti.
O miralo! – Guardalo (Rio, affine allo spagnolo "mirar").
Più giorni che sarsicce – I conti non tornano: le provviste non bastano.
S'aguanta – Si tira avanti, si resiste (dallo spagnolo "aguantar").
Trasto – Un tempo l'asse-passerella dei caricatori di granito; oggi, a Pomonte, si dà del "trasto" a chi dice sciocchezze.

Letizia Cini
© Riproduzione riservata


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