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Attualità domenica 13 settembre 2020 ore 16:45

Emergenza idrica, "necessario realizzare serbatoi"

sorgente
Foto di repertorio

Ne è convinto Mario Ferrari, ex dirigente del servizio idrico della Comunità Montana, che guarda alla storia della risorsa idrica all'Elba e non solo



PORTOFERRAIO — L'estate 2020 ha registrato un aumento delle presenze turistiche sull'Elba (vedi gli articoli correlati sotto), tanto che Asa spa, gestore del servizio, ha comunicato di dover ridurre per circa 10 giorni la pressione idrica per preservare le risorse. E questo ha provocato disagi a vari utenti, soprattutto nelle zone più alte, tanto che qualcuno si è anche rivolto al difensore civico della Toscana (vedi l'articolo correlato sotto). Dall'altro il problema dell'autonomia idrica dell'Elba è anche al centro del dibattito fra chi sostiene la necessità di realizzare il dissalatore a Mola e chi è contrario. 

Per capire quali sono le possibilità che all'Elba possono essere messe in campo per garantire la fornitura idrica soprattutto in estate, quando per le numerose presenze turistiche il bisogno si decuplica, abbiamo intervistato Mario Ferrari, architetto, ex sindaco di Portoferraio ed ex dirigente del Settore Idrico della Comunità montana dell'Elba e Capraia, ente che prima di Asa spa gestiva il servizio idrico all'Elba.

Mario Ferrari

Architetto, lei conosce bene la situazione idrica dell'Elba grazie al suo lavoro, qual è il suo pensiero?

“Prima di tutto vorrei fare una premessa che abbraccia un arco temporale ampio. Durante le opere di fortificazione della città di Portoferraio, nel cinquecento, furono realizzate delle opere idrauliche sotterranee pregevoli, per far fronte all'eventualità di un grande assedio, nonostante Portoferraio avesse una sorgente. Già nel cinquecento il principio che prevaleva era quello dell'accumulo delle acque. Si tratta di opere ancora valide. Il problema idrico storicamente si ripresenta ogni volta che aumenta la popolazione come avvenuto agli inizi del Novecento quando a Portoferraio furono realizzati gli altiforni e in quell'occasione fu costruito un primo vero acquedotto che da Pomonte portava l'acqua a Portoferraio. In quel caso c'era bisogno di far fronte ad un aumento della popolazione che, in seguito al lavoro industriale, passava da quattromila a diecimila abitanti. Poi successivamente c'è stato l'arrivo del turismo con un afflusso di presenze durante il periodo estivo”.

Quali sono quindi le soluzioni che, secondo la sua esperienza, potrebbero risolvere il problema delle criticità dell'approvvigionamento idrico dell'Elba?

“Le filtrazioni sui corsi d'acqua, attività che la Comunità montana ha sviluppato per venti anni, i pozzi e le sorgenti sono legati ad un fenomeno naturale. L'estate la richiesta è maggiore  e, nel nostro caso maggiore è anche il numero dei richiedenti ma minore è la risposta delle sorgenti e dei pozzi che d'estate danno meno acqua. Allora, andando a rivedere la storia qualsiasi figura sia intervenuta sul tema, dalla Cassa del Mezzogiorno all'Istituto idrografico, tutti, nessuno escluso hanno sempre evidenziato la necessità di un sistema di stoccaggio che consentisse di affrontare la situazione. Ma è necessario che ci sia una biodiversità idropotabile e che cioè l'Elba possa contare su risorse diversificate. Però per fare fronte in modo veloce al picco di richieste del periodo estivo, quando le presenze aumentano in modo esponenziale, la soluzione ci viene dalla storia. E cioè l'unico sistema per sopportare questo picco di richieste è avere un sistema di stoccaggio delle acque. Una necessità che tra la fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '70 fece nascere il progetto speciale Cipe della diga di Pomonte ma che per vari motivi non fu mai realizzato e le risorse stanziate furono dirottate altrove. Sempre in quel periodo si pensò anche all'idea di un dissalatore a Portoferraio, progetto che fu scartato per i costi troppo alti. E' fondamentale avere una varietà di fonti di approvvigionamento”.

Uno dei timori per il rifornimento idrico dell'Elba riguarda la durata della condotta sottomarina che porta l'acqua dalla Val di Cornia...

L'acquedotto sottomarino è un sistema che ha dato un grande contributo, è entrato in funzione nel 1986 e la vita ipotizzata è stata quella di 25 anni, ne sono passati già 34 e non sappiamo quanto potrà durare, anche se sappiamo che i tubi sono di altissima qualità. Si tratta di un sistema importante che porta 160 litri al secondo, il dissalatore, per fare un esempio, ne porterebbe 60. C'è poi da valutare il fatto che il dissalatore è alimentato dall'energia elettrica e nel caso in cui questa venisse a mancare per un qualsiasi guasto il dissalatore si fermerebbe. Il progetto di dissalatore inoltre, per come è stato studiato, non prevede che sia realizzato un serbatoio per lo stoccaggio, per cui nel momento in cui si fermasse non ci sarebbe produzione di acqua. Nel 2000 a Cavo fu attivato in via sperimentale un dissalatore mobile in attesa di collegare la dorsale idrica, cosa poi avvenuta nel 2003. La dissalazione può essere vista come un contributo non certo come una soluzione. L'unica soluzione acclarata e riconosciuta a vari livelli è la conservazione e lo stoccaggio delle acque piovane durante il periodo invernale. Il dissalatore non potrebbe fare fronte ai picchi di richiesta del periodo estivo perché lavorerebbe ad un ritmo costante senza possibilità di accelerare la produzione di acqua in base alle richieste”.

Quindi, che fare?

“Nel 1998 la Comunità montana predispose un progetto di accumulo delle acque mai realizzato perché fu ostacolato in particolar modo dagli ambientalisti. Il concetto di accumulo delle acque, che si tratti di una diga, mega-serbatoi o di un tunnel o perseguono il concetto di compensazione. Certo sarebbe possibile pensare ad un intervento meno invasivo, se tutti sono d'accordo, come uno o più grandi serbatoi che principalmente raccolgano l'acqua piovana e che all'occorrenza possano svolgere la funzione di un 'polmone' nel periodo estivo. Più è grande il serbatoio meno problemi ci sono per il trattamento e la depurazione delle acque”. 

Ma per fare questo si potrebbe trovare delle risorse europee nell'ambito di progetti speciali per le isole o le zone disagiate?

“Si potrebbe lavorare ad un progetto di realizzazione pluriennale, certo bisogna trovare le risorse ma si potrebbero anche intercettare risorse attraverso i fondi europei”.

Negli anni '80 mi pare fu fatta una mappatura aerea per vedere quali sorgenti finivano in mare e molti segnalano la presenza di fonti e corsi d'acqua in varie zone dell'Elba che si disperdono, si potrebbero incanalare per utilizzare queste risorse?

“Si, conosco quello studio furono fatte delle termoriprese ed è vero che ci sono molte sorgenti che finiscono in mare e che si disperdono. Certo, si possono incanalare ma dipende in che zone sono e bisogna fare un calcolo fra costi e benefici che se ne possono trarre. Ovvio che diventa difficile pensare di incanalare una sorgente che si trova sugli scogli in mezzo al mare come è il caso della sorgente dell'Acqua dolce a Rio Marina”.

Valentina Caffieri
© Riproduzione riservata



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