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mercoledì 19 giugno 2019

Cultura venerdì 16 novembre 2018 ore 11:32

Archeologia a San Giovanni, i dubbi di Zecchini

Promontorio della zona Le Grotte, Portoferraio

Michelangelo Zecchini interviene segnalando i suoi dubbi sulla ricostruzione della storia divulgata dagli scavi archeologici nella zona



PORTOFERRAIO — Michelangelo Zecchini, archeologo e autore di numerose pubblicazioni e articoli, interviene per esporre i suoi dubbi circa le informazioni diffuse in seguito agli scavi archeologici in località San Giovanni a Portoferraio. In particolare i dubbi riguardano la Villa delle Grotte e le storie di schiavi e padroni.

"Scavi di S. Giovanni anno settimo. Continua ad essere in buona salute la congettura/refrain che, -scrive Zecchini - oltre ad attribuire un’improbabile proprietà del complesso archeologico (fattoria e villa delle Grotte) all’influente Marco Valerio Messalla, esalta pure le magnifiche sorti e progressive di uno schiavo-fenomeno, un certo Hermia, dotato di mirabili qualità. Tale supposizione è stata riproposta lo scorso 28 settembre 2018 da Italia Nostra ' ricercatori e studenti di archeologia impersonano figure mitiche e storiche del passato: Giasone, il patrizio romano Marco Valerio Messalla, lo schiavo Hermia ed altri ancora' ". 

"Che lo schiavo Hermia fosse una figura mitica - afferma Zecchini - come Giasone o una figura storica come Messalla Corvino, non lo sapeva nessuno: scherzo di fine estate, pura realtà o iper esagerazione? Proviamo a capirci qualcosa. Negli scavi di S. Giovanni, com’è noto, è affiorato un grosso orcio con un bollo che nomina un certo Hermia servo di Marco Valerio. Ma chi era costui? Dove viveva? Lo ignoriamo. Eccezion fatta per la sua condizione servile e per la sua appartenenza alla potente famiglia dei Valerii, non sappiamo altro". 

"Siamo edotti, invece, - spiega Zecchini - sul fatto che i bolli dei Valerii hanno un’area di diffusione molto vasta, che include perfino Cartagine e la Sicilia (cfr. Annali Normale di Pisa 1999, p. 298). Ciò nonostante Franco Cambi e Laura Pagliantini hanno attribuito a questo Hermia l’esercizio di una pluralità di ruoli di primo piano proprio a S. Giovanni e dintorni. L’immagine che i responsabili dello scavo hanno propalato è quella di un individuo stupefacente, al tempo stesso cantiniere, agronomo, manager, gestore di azienda, investitore di denaro". 

"Non vorrei rompere le uova nel paniere, - scrive Zecchini - ma ci sono altissime probabilità che questo Hermia la zona di S. Giovanni non l’abbia mai vista nemmeno col binocolo. Peraltro, a conferma che un bollo su terracotta non può provare né una proprietà fondiaria né l'esistenza in loco del soggetto nominato, recenti studi hanno accertato che gli orci ‘elbani’ di Hermia, definito da Cambi schiavo competente (?), intraprendente (??) e particolarmente intelligente (???), non sono stati fabbricati nella nostra isola bensì a Minturnae, al confine fra Lazio e Campania, dove la gens valeria ebbe un ruolo importante almeno fino all’epoca tardorepubblicana (P. Arthur 1991)".

"I legami dei Valerii con Minturno sono noti - sottolinea l'archeologo - ed è proprio in questa città che “sarebbe da identificare il luogo di produzione delle anfore della predetta gens” (A. Gallina Zevi e Altri, 2004, p. 31)".

"Spostiamoci nella Villa delle Grotte. Vi sono stati recuperati marchi su tegole riferibili sia alla famiglia senatoria dei Caecina, di origine volterrana, - scrive Zecchini - sia alla famiglia dei Granii, largamente attestata in Etruria. Forse che tali pezzi di laterizi bollati ci autorizzano ad affermare che la proprietà delle Grotte fu anche dei Caecina e dei Granii? La risposta è no, ovviamente: si tratta di semplici tegole importate per scopi edilizi. E perché mai, allora, la proprietà della villa dovrebbe essere attribuita a Messalla Corvino e ai Valerii, sui quali non è affiorata alcuna traccia sicura né archeologica né letteraria?"

"Un caso simile si verifica nella Villa di Capo Castello al Cavo, - aggiunge Zecchini - nella quale è stato trovato un bollo su tegola attribuibile a un certo Euhemerus, servo di un tal Marco Appio. Forse che, come è stato asserito per l’Hermia di S. Giovanni, quel bollo indica che Euhemero prestava servizio nella villa stessa? Manco per sogno: studiosi 'continentali' hanno dimostrato, infatti, che i mattoni marchiati dallo schiavo Euhemerus sono diffusi in varie località della Toscana e che Marco Appio non era il padrone della villa del Cavo, ma possedeva semplicemente una manifattura di laterizi ubicata a Campacci presso Livorno".

"Conclusioni: l’ Hermia di S. Giovanni e l’Euhemerus di Capo Castello erano persone di condizione servile - sottolinea - la cui vita reale si è svolta chissà come e chissà dove. Questo – e niente di più – ci dicono finora gli indicatori archeologici. Usando metri di valutazione non proporzionati all’entità dei ritrovamenti, non si fa un buon servizio alla ricostruzione storica".


Michelangelo Zecchini è nato a Marciana Marina, si è laureato in Lettere nell’Ateneo pisano nel 1966 discutendo una tesi di archeologia preistorica (relatore: prof. Antonio Radmilli). Risiede a Lucca, dove vive e lavora. E' stato direttore di cantiere di scavo archeologico in oltre 100 interventi nel sottosuolo per conto dell’Istituto di Antropologia e Paleontologia Umana dell’Università di Pisa e per conto della Soprintendenza archeologica della Toscana; è stato per cinque anni direttore del dipartimento di archeologia del Forum Unesco, con sede a Lucca, e in quel periodo ha diretto scavi internazionali ai quali hanno partecipato università straniere, dalla Giordania agli Stati Uniti; è stato direttore scientifico di scavo archeologico su concessione del Ministero per i Beni e le Attività culturali per vent’anni, dal 1987 al 2008; ha pubblicato 16 libri e circa 150 articoli di archeologia preistorica, etrusca, romana, medievale, sottomarina.



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