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Attualità lunedì 12 novembre 2018 ore 17:27

I lavoratori Eurit rispondono a Legambiente

La cava vista dalla strada provinciale

I lavoratori spiegano il processo produttivo che parte dalla cave di caolino dell'isola d'Elba e sottolineano il disinteresse delle istituzioni



PORTO AZZURRO — Sulla vicenda della cava Eurit intervengono le maestranze in risposta a Legambiente Arcipelago toscano (qui avevamo pubblicato una sintesi dell'intervento) e spiegano il processo produttivo e i rischi che sono sul tavolo.

"I lavoratori della miniera Eurit di Porto Azzurro e Roccastrada (complessivamente una trentina di lavoratori diretti), - si legge nella nota dei lavoratori Eurit - alla luce dei numerosi articoli che costellano i media locali sulla questione della nostra azienda, sono rimasti positivamente colpiti dall’articolo di Legambiente. Ci ha sorpreso che questa associazione abbia posto l’attenzione su un problema che fino ad ora era stato trattato come un danno marginale a volte sminuito e ridicolizzato, rispetto a possibili ripercussioni di carattere ambientali. Stiamo parlando del problema occupazionale e quindi del conseguente problema sociale che certe scelte comporterebbero".

"L’Elba, come tutti ben sappiamo, nel corso degli anni ha cambiato la sua vocazione economica, - spiegano i lavoratori - ma è anche vero che la stagionalità e il precariato sono, soprattutto per i giovani, la norma, mentre sono sempre più rari i contratti a tempo indeterminato; contratti lavorativi che permettono alle famiglie di affrontare con serenità e garanzie le avversità del quotidiano e progettare il proprio futuro".

"Noi riteniamo che sia compito di una sana politica cercare soluzioni concrete ai problemi. Urlare semplicemente allo scandalo o alla vergogna - sottolineano - quando una cosa è lontana dalle nostre visioni, soprattutto se siamo a caccia di consensi, è una strategia facile che va a discapito dell’economia e di conseguenza del territorio".

"In quest’ottica - proseguono - ci sentiamo di ringraziare il PD che, in quell’articolo che Legambiente definisce equilibristico, è stata l’unica forza politica isolana che ha evidenziato per la prima volta il problema sociale e occupazionale. A nostro avviso un aspetto fondamentale della vicenda. Abbandonare il certo per l’incerto è una cosa che ci spaventa, ma se ci fosse una volontà politica di concordare una exit strategy, come suggerisce Legambiente, sarebbe un traguardo importante per tutte le maestranze".

"Anche se intraprendere quella strada ci dà molte perplessità, - precisano - visto che l’azienda spende approssimativamente 1 milione e 100mila euro l’anno di stipendi, 700mila euro all’Elba, gli altri per la miniera di Roccastrada, che sarebbe nel lungo periodo inevitabilmente coinvolta nella crisi. Un impasto ceramico è un progetto e per molti nostri clienti l’utilizzo del materiale della miniera di Roccastrada è legato all’utilizzo del minerale elbano".

"Quindi calcolando che l’età media dell'azienda è di 45 anni, - spiegano i lavoratori - vorrebbe dire un esborso complessivo negli anni di una cifra che supera abbondantemente i 10 milioni di euro. Se gli enti sul territorio ritenessero che questo possa essere un prezzo sostenibile per la collettività noi saremmo disponibili da subito a intraprendere questo percorso, ma non prima delle certe e dovute garanzie".

"Ricordiamo che la produzione del caolino è legata alla produzione di ceramiche - spiegano ancora - e che l’obiettivo di produzione ha una catena che lega numerose situazioni: dal lavoro degli autotrasportatori alla necessità dell'utilizzo di navi specialmente nel periodo invernale. Senza contare che molte aziende dell'Umbria produttrici di ceramiche, già colpite dal terremoto, troverebbero con maggior difficoltà e a costi più elevati il materiale necessario alle loro produzioni: anche in questa circostanza ci sarebbe perciò il rischio di ricadute occupazionali negative".

"Allontanando poi ogni velleità polemica, volevamo aggiungere alcune piccole precisazioni all’articolo di Legambiente. Riteniamo sia inappropriato il paragone in cui si avvicina la vicenda attuale con una storia di 25 anni fa. Quelle scelte, anche a nostro avviso sfacciate, ma che comunque portarono ad una proroga della concessione della miniera marcianese per altri 5 anni, furono intraprese dai dirigenti dell’epoca che sono ormai in pensione da anni o che oggi lavorano per altre aziende concorrenti. Quindi in un certo senso è come far pagare ai figli le colpe dei padri".

"Inoltre - aggiungono - non siamo affatto sorpresi dai toni rabbiosi che ha usato Cgil: non esiste nessun ricatto occupazionale, c’è un problema serio e scottante che sembra non ci sia alcun interesse istituzionale, almeno a livello locale, di vedere, quindi di affrontare e risolvere".

"Confidiamo che le forze politiche elbane -concludono i lavoratori - si attivino per trovare una soluzione accettabile a una questione estremamente delicata, salvaguardando la dignità dei lavoratori e delle loro famiglie".


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