Cultura lunedì 02 novembre 2026 ore 09:00
L'Onorevole di Rio che aprì l'Europa alle donne
Deputata, sindaco e prima italiana all'Assemblea europea: il pronipote Giovanni Cerri racconta la zia Erisia Gennai Tonietti
RIO — Al polso portava un braccialetto a cui teneva più che ad ogni altro gioiello. Se l'era fatto fare dal gioielliere Calderoni, a Milano, unendo le quattro piccole medaglie d'oro che la Camera consegnava ai deputati a fine legislatura: una per ciascuno dei suoi mandati. "È la cosa che ricordo meglio di lei – racconta il pronipote Giovanni Cerri –. Avevo nove anni quando è morta, ma quel braccialetto mi è rimasto negli occhi. Esiste ancora, lo conserviamo in famiglia. E si vede nella fotografia che preferisco, quella in cui è seduta al suo banco a Strasburgo, con la testa appoggiata alla mano, e guarda dritta verso l'obiettivo".
In quel gioiello c'è la vita di Erisia Gennai Tonietti: vent'anni a Montecitorio, tredici da sindaco di Rio Marina, otto nell'Assemblea parlamentare europea, dove fu la prima italiana. Per Giovanni Cerri, medico radiologo appena andato in pensione, che vive a Cremona ma torna spesso all'Elba e ne studia la storia (nel 2016 ha pubblicato "Le isole di Napoleone"), lei è sempre stata "zia Erisia". Il nonno, Mario Tonietti, era fratello del marito di lei; la madre, Francesca, ne è la nipote.
Erisia nasce a Rio Marina il 5 luglio 1900, figlia di Emma Taddei e di Sisto Gennai, fabbro e presidente del circolo anticlericale del paese.
"Nella migliore tradizione valdese di Rio Marina – precisa il pronipote –. Il nonno paterno si era convertito durante un viaggio per mare". A Rio, del resto, una comunità valdese è attiva ancora oggi. La figlia prenderà la strada opposta e diventerà una delle donne più in vista del mondo cattolico italiano.
Si diploma alla Scuola Normale (l'equivalente delle successive Scuole Magistrali, ndr) di Livorno,
ma fare la maestra non le interessa. Si iscrive allora a ragioneria,
unica donna del corso, e trova il primo impiego al Banco di Roma di
Portoferraio. A vent'anni mette insieme all'Elba i primi gruppi
femminili dell'Azione Cattolica, una delle poche associazioni che il
fascismo, dopo il Concordato del 1929, lasciava vivere. Dirigente
sull'isola e a Piombino, poi presidente diocesana a Massa Marittima,
entra negli organi nazionali e infine guida l'Azione Cattolica di
Milano.
Proprio a Milano, nel marzo 1945, rischia grosso.
Antifascista silenziosa. Lo racconta lei stessa nelle sue memorie, scritte "con una calligrafia quasi incomprensibile, come quella di tutti i politici", sorride il pronipote. Nei locali della chiesa di San Tomaso, in via Broletto, ha riunito un gruppo di ragazzi, quasi certamente renitenti alla leva ricercati dalla Repubblica Sociale. La polizia fascista si presenta, forse dopo una soffiata. Lei li fa passare per impiegati di un'azienda ai quali sta facendo lezione e chiede di poterla finire. Il comandante non ci crede fino in fondo e le ordina di consegnare un elenco con nomi, date e luoghi di nascita.

"Lei lo scrisse, ma pieno di imprecisioni, perché i conti non tornassero – racconta Cerri –. Se se ne fossero accorti, non l'avrebbe certamente passata liscia. Uscendo, attraversò piazza del Duomo, alzò gli occhi alla Madonnina, coperta da un telo mimetico contro i bombardamenti, e le disse: "Sono nelle tue mani'". Nessuno andò a cercarla: meno di un mese dopo la guerra era finita.
Quando le propongono la candidatura, chiede consiglio al cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, che la esorta ad accettare. Nel 1948, alle prime elezioni della Repubblica, la Democrazia Cristiana la candida nella circoscrizione Milano-Pavia: entra a Montecitorio e vi resta per quattro legislature, fino al 1968. È tra le prime deputate a firmarsi con il doppio cognome, il suo e quello del marito, quando lui è ancora in vita. "Lo zio Giovanni, di cui porto il nome, morì giovane, a metà degli anni Cinquanta", ricorda il pronipote.
Alla Camera si occupa di lavoro e di diritti: la relazione sulle lavoratrici, le donne nelle giurie popolari delle Corti d'Assise, le tutele per l'infanzia abbandonata e per le madri sole. Democristiana convinta, stringe amicizia con colleghe di altri partiti. "Diceva che le sue migliori conoscenze erano proprio quelle poche donne in Parlamento, come la senatrice socialista Lina Merlin o Nilde Iotti – racconta Cerri –. In casa abbiamo ancora delle foto con la Merlin".
Nunzio Marotti, insegnante e
scrittore elbano, nel 2002, ne riassunse così lo stile: "Ha
vissuto l'impegno politico con laicità, riuscendo a coniugare
esperienza religiosa, appartenenza ecclesiale e cittadinanza
civile". 
Il pensiero di Erisia torna sempre all'isola: difende le miniere e la siderurgia, che a Rio volevano dire pane per
tante famiglie, e nel 1954 propone un Ente per la valorizzazione
dell'Elba. In un intervento alla Camera, ricordò il sindaco Francesco Bosi, chiamò l'Elba "la mia terra trascurata".
Nel suo paese natale torna da sindaco - non sindaca, "come lei stessa
avrebbe preferito essere chiamata", precisa il nipote - dal 1956
al 1964 e dal 1967 al 1972. In quegli anni nascono la Casa comunale,
quella che si usa ancora oggi, e il porto commerciale del Cavo.
All'inizio dei Sessanta convince il Circolo culturale riomarinese e
la Società delle miniere a creare insieme un Museo dei minerali elbani, che trent'anni dopo conterà quasi mille pezzi. Una foto del
4 Dicembre 1968 la mostra all'asilo delle suore, accanto al
vicesindaco Giuseppe Leonardi, mentre consegna la croce di Cavaliere
al parroco, don Lazzari.
Dal 1961 al 1969 siede intanto nell'Assemblea parlamentare europea, dove i deputati erano nominati dai parlamenti nazionali e le donne si contavano sulle dita. Poi arrivano gli ospedali: presiede gli Istituti di Santa Corona e gli Istituti clinici di perfezionamento di Milano. Paolo VI, che aveva conosciuto quando era arcivescovo di Milano, le conferisce la croce "Pro Ecclesia et Pontifice"; il Comune di Milano l'Ambrogino d'oro.

Un grande dispiacere ha segnato però la sua vita: "Zia Erisia ebbe un figlio, morto a pochi mesi: c'è chi pensa che quel dolore l'abbia spinta a dedicarsi agli altri", confida il pronipote.
Di quegli anni resta un ritratto a olio, oggi all'ospedale Salvini di Garbagnate: in piedi, capelli grigi corti e ricci, collana di perle, pelliccia sull'abito viola. "A lei non piaceva affatto – svela il pronipote –. La faceva sembrare un po' nobilona, quasi una zarina, e non si riconosceva. Per rimediare si fece fare un altro ritratto, a mezzo busto, da Renato Vernizzi, un pittore molto quotato all'epoca. Quello le piaceva, ed è in casa nostra".

Il ricordo di Giovanni è fatto anche di feste.
"Ogni 5 Luglio festeggiava il compleanno nella sua casa, con
l'orchestrina: per un bambino era una meraviglia". E di fiori:
"Era una grande appassionata di fotografia, e fotografava
soprattutto i fiori. È una passione che ho ereditato". Il
settantaquattresimo compleanno non arriverà: Erisia muore a Milano
il 7 Aprile 1974 ed ora riposa, accanto al marito Giovanni Tonietti,
nel cimitero di Rio Marina.
Fra chi l'ha conosciuta di persona,
oggi, sono rimasti in pochi. Lelio Giannoni, appassionato di storia
riese, che da giovane militava nella parte politica opposta, ne
conserva un ricordo senza sconti: "Era una donna politicamente
preparata, con una certa conoscenza delle problematiche economiche
europee, con particolare riguardo alla siderurgia. Ma aveva un
carattere molto forte e una concezione aristocratica della
politica".
Fu proprio Giannoni a volere, nel Novembre 2002,
la giornata di studio al Centro Polivalente di Rio Marina "Dall'oratorio riese
al Parlamento europeo", per la Festa della Toscana dedicata alle
donne. Parlarono, tra gli altri, Pino (Giuseppe) Leonardi, che le era stato
accanto per anni, Maria Luisa Cassanmagnago, una delle italiane
arrivate a Strasburgo dopo di lei, ed Elvio Diversi, sindaco
comunista e suo irriducibile avversario, che ne riconobbe le qualità.
In sala c'era la nipote Francesca. 
Nell'Aprile 2024, per i cinquant'anni dalla morte di Erisia Gennai Tonietti, Rio Marina l'ha ricordata con una messa a Santa Barbara, e tra i banchi c'erano anche il dottor Giovanni Cerri e la madre Francesca. A Rio il giardino comunale porta il suo nome e lì, per tutti, Erisia resta "l'Onorevole". Dalla casa di un fabbro elbano all'Europa: pochi, nel Novecento, hanno fatto tanta strada partendo da un'isola.
Letizia Cini
© Riproduzione riservata
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