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Attualità sabato 22 settembre 2018 ore 07:00

L'affondamento dell’Andrea Sgarallino, 75 anni fa

il piroscafo Andrea Sgarallino

Il ricordo di Giuliano Giuliani ci rammenta la storia della tragedia che il 22 settembre 1943 costò la vita a trecento elbani. Solo 4 i superstiti



PORTOFERRAIO — Quest’anno ricorre il 75° Anniversario dell’affondamento dell’Andrea Sgarallino.

Una tragedia ormai nota che vogliamo comunque riassumere brevemente.

Il 22 settembre 1943, il sommergibile inglese “Uproar” in pattugliamento nelle acque del Mar Tirreno, avvistava il piroscafo A. Sgarallino tra Montegrosso e Nisporto. Il Lieutenant Herny, dopo aver guardato nel periscopio e ricevuti i dati, decideva per il lancio di due siluri che centravano ambedue il facile bersaglio.

Lo Sgarallino, colpito nella sua linea di mezzeria, si spezzava letteralmente a metà, e  in poco più di un minuto s’inabissava. I circa trecento passeggeri e parte dell’equipaggio che si trovavano stivati sottocoperta non ebbero possibilità di scampo. Chi si salvò - solo quattro superstiti - furono miracolati. Ai soccorritori il mare restituì soltanto una cinquantina di vittime. Tutti gli altri, come si è detto, rimasero intrappolati all’interno del piroscafo.

Nella sua testimonianza il segnalatore Gus Charles Ernest Britton disse che il Lieutenant Herny, i sottordini e l’equipaggio del sommergibile inglese, non si resero conto di aver affondato un piroscafo che trasportava un numero così alto di civili. Lo seppero solo dopo finita la guerra. In ogni modo, ci tenne a dire Gus Britton, questo non avrebbe cambiato il destino della nave. Per loro era un piroscafo italiano requisito dai tedeschi, armato con mitragliatrici e con mine e bombe di profondità: un’unità pericolosa, soprattutto per un sommergibile.

Il piroscafo Sgarallino doveva compiere il servizio per cui era stato costruito e varato, cioè come nave passeggeri per poi andarsene in pensione onorevolmente, come altri vapori che lo avevano preceduto. Ma la guerra e in parte anche la fatalità, decise altrimenti. Lo si capì già quando fu militarizzato in F 143 per essere adibito ai servizi militari di vigilanza e servizio foraneo con base all’Arsenale di La Spezia. I suoi compiti primari erano di posamine, e se necessario lancio di bombe di profondità contro mezzi subacquei nemici.

Alla data dell’8 settembre, causa l’inatteso Armistizio con gli Angloamericani, seguirono incertezza e caos generale. Tutti i mezzi navali dovevano autoaffondarsi o riparare verso i porti ritenuti al momento sicuri, tra cui c’era anche l’Isola d’Elba. Alla fine lo Sgarallino vi sarebbe arrivato per caso dopo alcune disavventure in cui poteva essere affondato. Forse sarebbe stato meglio dirigersi all’estremo Sud, dove erano sbarcati gli americani. Se non ci fosse stato questo errore di valutazione di Supermarina e la sorte avversa, probabilmente, quelle povere vittime non ci sarebbero state. Si cerca sempre il perché delle tragedie, ma non è facile capire fino in fondo e nei dettagli le molteplici cause che le determinano.

Molti elbani furono testimoni della tragedia. Da Nisporto, da Bagnaia, da Schiopparello, da Portoferraio assistettero increduli a quel che non avrebbe mai voluto vedere: quel piroscafo significava moltissimo per gli isolani: diciamo che era parte della loro vita. Dopo, molti altri assistettero con il cuore straziato al recupero delle vittime e dei quattro superstiti.

Con il bombardamento tedesco del 16 settembre ’43, gli oltre cinquanta degli anglo-americani tra il ’43 e il ‘44, il siluramento dello Sgarallino con i suoi trecento morti e una decina di altri durante lo sbarco degli Alleati nel giugno del ’44, l’Isola d’Elba pianse quasi cinquecento innocenti vittime civili.

È stato scritto da qualche parte che la guerra è la peggior alienazione che possa aspettarsi un popolo.


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