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Attualità sabato 04 agosto 2018 ore 17:30

Franca Zanichelli: "arrivederci, Elba"

Franca Zanichelli

La direttrice uscente del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano ci racconta undici anni vissuti con passione. E anche con qualche retroscena



PORTOFERRAIO — Undici anni trascorsi nel ruolo di direttrice del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano. Un personaggio che all'Elba ha sicuramente lasciato il segno, riconosciuta universalmente per grande passione e competenza per tutto quello che è l'ambiente e la sua tutela. Franca Zanichelli, lo scorso 31 luglio, ha chiuso la sua esperienza con il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, e ce la ha voluta raccontare in tutte le sue sfumature, belle e meno belle, fra momenti emozionanti al limite della commozione e rapporti che cambiano a livello umano. Una intervista-manifesto tutta da leggere, che abbiamo voluto pubblicare integralmente ritenendola un contributo molto importante, anche per capire meglio i rapporti fra il Parco e il territorio. 

Dal 2007 ad oggi, sono trascorsi undici anni:  come sono cambiati Elba e Arcipelago attraverso la gestione della biodiversità e delle aree protette?

La tutela della biodiversità è una disciplina giovane che ha avuto importanti supporti teorici nelle conoscenze ecologiche ed etologiche che si sono affermate anche nel nostro Paese a partire dagli anni ’80. Le competenze positive per salvaguardare habitat e specie sono diventate più mature proprio grazie alle esperienze pratiche svolte con progetti attuati in larga parte nelle aree protette. In Italia la ricerca scientifica applicata in questi settori ha avuto un impulso molto significativo e ha permesso di raggiungere traguardi per la conservazione di specie a rischio con risultati impensabili. Grande sostegno è giunto dalla politica dell’Unione europea che, grazie al regolamento finanziario LIFE, dal ’92 ha consentito di investire risorse importanti per promuovere interventi modello per la tutela della biodiversità di interesse europeo. Nell’Arcipelago un primo progetto era già stato finanziato nel 2004 poi, abbiamo vinto una scommessa incredibile portando a termine il progetto Montecristo 2010. Siamo riusciti a eradicare il ratto nero da quell’isola nel 2012 e possiamo oggi constatare che diverse centinaia di pulcini della rara specie di uccello marino Berta minore, che ogni anno venivano predati dal ratto introdotto in seguito alla presenza umana, possono involarsi aumentando la popolazione presente nel Tirreno e nel Mediterraneo e salvaguardando così la specie a livello globale. Con il progetto Resto con Life, avviato da 2 anni su Pianosa si sta facendo il possibile per aiutare in modo analogo la Berta maggiore sull'isola piatta. La lotta alle aliene ha contraddistinto il lavoro del Parco in questo periodo della mia direzione. Si tratta di un tema complesso che ha avuto molta opposizione in una parte di opinione pubblica che, in modo romantico, pensa che il Parco sia un Eden dove tutto vive in equilibrio. Non è così. Il Parco è un luogo dove la conoscenza scientifica e le competenze tecniche vengono impiegate per mantenere i valori importanti e per riqualificare le aree degradate o gli squilibri che hanno compromesso la biodiversità. Al di fuori delle aree protette queste azioni di conservazione sono praticamente irrealizzabili. La legge quadro sulle aree protette ha posto questo obiettivo come una delle finalità fondamentali. Le attività di promozione e sviluppo attuate nei parchi sono sempre accompagnate da aggettivi come "sostenibile" o "compatibile" per dare conto che tali attività non possono essere perseguite se in contrasto con la salvaguardia di habitat e specie. Qui ovviamente si gioca la popolarità positiva o negativa presso l'opinione pubblica se non si riesce a lavorare bene nella comunicazione.

Quale è stata la sua soddisfazione più grande di questi 11 anni, e quale la cosa che avrebbe voluto vedere realizzata ma che purtroppo non lo è stata?

La soddisfazione più forte l’ho provata nel maggio scorso quando tornando con la barca da Pianosa verso la costa occidentale da Fetovaia a Pomonte abbiamo incrociato centinaia di Berte minori che in piccoli gruppi riempivano il mare calmissimo. Mi ricordavo scene simili in Egeo negli anni ’90 e osservare attorno all’Elba un movimento impressionate di queste vagabonde del mare che rientravano ai luoghi natii dopo le peregrinazioni migratorie mi ha commosso. Questo incontro mi ha rivelato che, nonostante le avversità, siamo riusciti a ottenere un risultato di conservazione della natura davvero importante. Un risultato che avrei sperato di ottenere maggiormente per quanto riguarda invece il problema cinghiali. Avrei voluto che si fosse riusciti a trovare il modo per affrontare seriamente questo problema. Le voci che circolavano ultimamente e che sono state confermate in questi giorni che l’Elba sia da considerare come "area vocata per il cinghiale" segnalano che i decisori regionali e locali intendono mantenere lo status quo. Sotto sotto vi è la convinzione che la pratica venatoria vada tollerata come ammortizzatore sociale e che i danni, ora che il Parco ha i denari e può pagare, è bene che vengano pagati. Questa situazione lascia emergere lati più complessi nella gestione del territorio per cui vi sono alcuni limiti invalicabili e, in nome della pacifica convivenza, ci si lamenta continuamente degli effetti ma non si lavora per la rimozione delle cause.

Rapporti col territorio: gli elbani. Quanto sanno convivere (e sfruttare, perchè no) con la tutela della biodiversità e con l'"idea" di un Ente che a volte limita ma altre volte anche finanzia e dà opportunità?

Nel ’98 ero venuta in vacanza a Pomonte per andare a visitare Pianosa che era stata appena aperta alle visite naturalistiche. Mai avrei immaginato di venirvi a lavorare 10 anni dopo. Io allora ero direttore di un parco fluviale molto complicato dove gli appetiti per la ghiaia= cemento erano forieri di interessi malavitosi che avrebbero poi segnato i commissariamenti di tanti Comuni italiani. Gli albergatori che avevo incrociato all’Elba nel mio soggiorno mi dicevano che il PNAT lasciava vivere i cinghiali che rovinavano le campagne e che dava noia per via dei limiti sul costruire. In un contesto così turistico in cui la ricettività ha funzionato come motore di sviluppo per gli anni d’oro credo sia stato davvero difficile, fin da subito, fare emergere il valore dell’area protetta. Nelle fasi iniziali, durante l’era Tanelli-Martino, sappiamo quanto fu basso l’indice di gradimento per fare applicare le regole entro il perimetro e nella zonazione. Poi i tira e molla tra commissario, Regione e Ministero. Poi Mario Tozzi e le battaglie per una vivibilità turistica meno ossessiva con i soldi del Ministero che, dopo l’uscita di Matteoli dal dicastero, arrivavano con il contagocce. L’apice del guaio fu nel 2010, con la riduzione a 1.400.000 € del contributo annuale: in pratica c’erano solo le risorse per stipendi, pagare le spese della forestale, i costi degli affitti e poche briciole per guide, attività educative, iniziative promozionali, ecc. Nel 2011 un nuovo indirizzo ministeriale fece lievitare le risorse annuali quasi del triplo. Più denaro, più opportunità, a partire dal Volterraio che svettava malconcio e avviluppato dal verde invasivo in attesa di un po’ di considerazione. Il lavoro del Parco è stato sempre visto e valutato con tante aspettative e tutte le categorie economiche avrebbero voluto averlo come alleato. Piacere a tutti sarebbe anche auspicabile ma non credo sia effettivamente possibile visto i numerosi interessi contrapposti. Nello stesso tempo spesso il Parco è stato utilizzato come capro espiatorio per tutto ciò che non funziona su quest’isola. La mancanza di una politica unitaria sulla gestione delle risorse idriche e i temi relativi all’uso delle energie alternative sono settori in cui si poteva rafforzare l’alleanza. Spesso è stato chiesto al Parco di intervenire per compiti che avrebbero dovuto svolgere ad altri Enti. Le persone della società civile se possono toccare con mano e avere spiegazioni chiare e dirette si rendono conto di come stanno le cose. Sono però potenti alcuni opinion leader che agiscono promuovendo gruppi e prevalenze che adottano stili impositivi che riducono al silenzio.

In questi anni ho conosciuto tantissime persone e ho fatto vita da isolana rimanendovi estate e inverno con il mio compagno che ha fatto il medico di base fino a 2 anni fa. Ho avuto un po’ di solitudine culturale per gli interessi naturalistici e mi sarebbe piaciuto veder crescere qualcosa in più per il futuro dei giovani. Mi è capitato di fare colloqui per la selezione del personale a tempo determinato per una importante azienda e ascoltare ragazzi in gamba con curricola di studio eccezionali che avevano fatto pratica però solo come camerieri o bagnini.

Rapporti con... il Parco-Ente: avrebbe voluto che continuassero, evidentemente. Perchè si sono chiusi così?

11 anni di contratti sono stati più numerosi del previsto. Al mio arrivo nel 2007 alcuni dipendenti mi dissero: "non ci insegnerà mica una che viene con la nave". L’ostilità di alcuni potenti locali è sempre stata tracotante e non mi ha mai preoccupato. Il rapporto fruttuoso con il presidente Tozzi è durato per tutto il suo mandato e l’arrivo di Sammuri era stato per me assai positivo nel 2012 poiché vi era stima reciproca. Nella fase di passaggio però mi fu rimproverato di essermi data troppo da fare: secondo la visione per la quale il direttore dovrebbe occuparsi principalmente di personale e di bilanci e lasciar perdere il resto. Ci furono prime avvisaglie e un po’ alla volta è cambiato il nostro rapporto a partire dal 2014 quando non mi sono dissociata dalla battaglia che il mio compagno stava svolgendo a livello nazionale per contrastare un nuovo progetto di legge che avrebbe modificato l’attuale legge sui Parchi 394/91; progetto di legge di cui Sammuri, come presidente di Federparchi, era il più impegnato sostenitore. Questa situazione ha condizionato la fase di nomina nel 2015. Il gruppo spontaneo di gente comune che aveva appoggiato via web la mia conferma in quel frangente ("Lasciateci la Zanichelli") lo ha convinto che non ero una persona di sua fiducia, come ebbe a dirmi personalmente e con mail che ho conservato. Dopo la decisione del ministro Galletti della mia riconferma nella terna dove era già stato indicato il nominativo di Burlando, i membri della Comunità del Parco hanno inscenato una protesta per togliermi di mezzo. Sammuri mi stipulò un contratto di soli 3 anni sui 5 potenziali. In questo triennio ha posto la fiducia su Burlando e a fine 2017 ha scandito tappe veloci per non avere sorprese dallo stesso ministro. La legge era stata archiviata prima della caduta del governo e quel fastidioso incidente meritava una rivalsa. Una tale condizione operativa ormai non aveva alcun futuro per me ne’ professionale ne’ umano. Nessuna sorpresa e quindi si volta pagina. Io libera cittadina, on the road again per altri anni. Alcuni dipendenti mi hanno apprezzato e credo di aver imparato anche molto da loro. La censura presidenziale ha trovato adepti nel Consiglio Direttivo e così sono state ridotte al minimo le modalità di commiato.

Che eredità lascia al suo successore? Quale il lavoro che avrebbe voluto veder completato?

Molti si aspettano che lui firmi pareri che io non ho firmato, come mi hanno già avvertito alcuni. Stimo Burlando e penso che avrà tutta l’esperienza per fare compiutamente il suo lavoro. Ci sono molte lacune negli strumenti di pianificazione e le regole da applicare nelle 7 isole così diverse. Ci sono contesti molto ondivaghi. A Pianosa sono stati fatti passi avanti molto interessanti ma questa isola meravigliosa potrà avere un buon futuro solo grazie ad alleanze positive. Gorgona e Montecristo si confronteranno con nuovi scenari. A Capraia il sindaco Marida Bessi credo saprà guidare la sua comunità con il grande amore che nutre per l’isola. Prima di chiudere ho firmato l’accordo per un piccolo museo naturalistico a Portoferraio nel Forte Inglese e avviato l’istallazione del museo paleontologico-archeologico a Pianosa. Vorrei un giorno vederli aperti perché il patrimonio di conoscenze e reperti è davvero straordinario.

Come continuerà la sua carriera professionale?

Ho preso un periodo di aspettativa per riordinare le idee e vorrei occuparmi più tecnicamente di aspetti di museologia scientifica come ho già fatto in passato. La conservazione della natura è sempre stato un obiettivo prioritario e mi interessa lavorare per capire come comunicare con gli adulti sui temi complessi che riguardano le azioni concrete che oggi dobbiamo svolgere per sostenere i principi della tutela. Proseguirò le mie attività divulgative e di esplorazione naturalistica.

Franca Zanichelli e l’isola: cosa resta?

11 anni sono tanti e in questa fascia di età hanno connotato in modo forte la mia storia personale. Ho sempre pensato all’isola come una nicchia protettiva anche se molti la vivono come zattera sballotata nel mare e nel vento e ostacolata da tutti, una sorta di sindrome di Calimero. Quando prendevo la nave alle 5 del mattino incontravo persone che mi chiedevano delle loro pratiche, oppure in qualsiasi bar a prendere un caffè mi ritrovavo tra i propugnatori delle salsicce doc che non capivano perchè ci ostinavamo a non dare loro retta, o ancora andando a camminare incrociavo tutti quelli che mi incolpavano di non pulire i sentieri, o gli animalisti che si lamentavano dei prelievi faunistici!

Voglio vivere l'Elba in modo più leggero; ci tornerò spesso perché ho tante cose ancora da scoprire e belle amicizie con cui desidero condividere passioni come la lettura, il camminare, il ballo, la convivialità. Poi mi piacerebbe veder nascere qualche piccola azienda innovativa per dar spazio a creatività e abilità con i giovani capaci di futuro, l’unico vero antidoto all’inerzia sociale e alla deriva di indifferenza che aleggia ostinatamente.

Fabio Cecchi
© Riproduzione riservata



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