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Cultura sabato 17 febbraio 2018 ore 09:30

Appunti di geologia e di storia della Marina

Marciana Marina

Una interessante nota del professor Michelangelo Zecchini ripercorre molti aspetti poco conosciuti della storia e delle origini del territorio



MARCIANA MARINA — Se ti lasci alle spalle “la graziosa marina che espone in modo civettuolo le facciate bianche delle sue case” (L. Simonin, 1868), e ti inoltri verso il monte, puoi ancora scorgere le tracce dell'ordinato lavoro che, nel corso del XIX secolo e agli inizi del seguente, consentì agli abitanti di suddividere il territorio in caratteristici 'orti conchiusi', ossia campi delimitati da muretti inframezzati da altrettanto tipiche viuzze. Gli uni e le altre, purtroppo, sono stati ridotti a brandelli dall'invadente 'modernizzazione' urbanistica, il cui rispetto per la storia e per il paesaggio antico è stato assai prossimo allo zero. Ma, a ben guardare, c'è qualcosa di più del profumo ottocentesco emanato dagli orti riquadrati: c'è un complesso e affascinante intreccio di geologia e di preistoria in gran parte ancora da indagare e da scoprire.

L'accurata carta geologica dell'Isola d'Elba 1: 25000 pubblicata nel 2015 dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) mostra un lungo deposito di frana costituito da “materiale eterogeneo ed eterometrico recente” fra il piano di S. Lorenzo fino alle località Ontanelli (a occidente) e La Soda (a oriente). All'altezza di Timonaia, percorrendo la provinciale 25, è facile notare che il possente accumulo franoso è composto in prevalenza di massi e di clasti granitici. Procedendo verso il mare, i pietroni di granito scompaiono per lasciare il posto a uno strato abbastanza spesso di fertile terriccio sabbioso e limoso con qualche ghiaia. Ma una ricognizione geologica eseguita nel 2015 nell'area mediana di Ontanelli ha dimostrato che la scomparsa è solo apparente. L'indagine, effettuata dall'Associazione Ilva/Isola d'Elba con il coordinamento del prof. Carlo Alberto Garzonio, direttore del dipartimento di Scienze della Terra presso l'Università di Firenze, ha accertato che la distesa di blocchi granitici, obliterata nel tempo da uno spesso deposito alluvionale dovuto soprattutto alle esondazioni dell'uviale di Marciana, ricompare a circa 2 metri sotto il livello attuale del terreno. Inoltre l'osservazione di varie trincee di fondazione per nuove abitazioni (e altro) ha permesso di appurare che la frana continua, a profondità variabile, verso il mare.

Il deposito alluvionale è stato riferito dall'ISPRA all'Olocene, ossia a un ampio arco di tempo che va da circa 10.000 anni fa fino, sostanzialmente, ai nostri giorni. Ancora più vasto e indefinito è il periodo (Pleistocene-Olocene) a cui il medesimo Istituto ha attribuito l'ammasso franoso. Per quanto ancora manchino datazioni radiometriche, credo che la platea di massi granitici vada inquadrata in un momento del cataglaciale del Wurm IV, quando il clima cominciò a evolversi in senso caldo. Com'è noto il picco di freddo, verificatosi intorno ai 20-18 mila anni fa, fece abbassare il livello del mare di ben 110/120 metri e prolungò le terre emerse 'marinesi' verso nord fin quasi a toccare l'isola di Capraia.

Se la cronologia della frana per ora va considerata niente più che un'ipotesi, è invece un dato di fatto la frequentazione della zona da parte di gruppi umani in tempi successivi, allorché sopra la frana stessa si era assestata la coltre alluvionale. Proprio nel piano di Marciana Marina, infatti, nel secolo scorso furono recuperate cinque cuspidi di freccia eneolitiche (circa 4.500-4.000 anni or sono), oggi conservate presso il Museo Preistorico Etnografico Pigorini di Roma. E, se dobbiamo credere ai racconti e alle descrizioni dei nostri vecchi, durante la lavorazione dei campi emersero più volte anche piccole asce neolitiche di pietra levigata, a occhio e croce risalenti a 5.000 anni fa e forse più.

Michelangelo Zecchini



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