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lunedì 24 giugno 2019

Cultura venerdì 29 marzo 2019 ore 12:00

Storia di un rivoluzionario prigioniero all'Elba

Marco Sassi, autore del libro su Amilcare Cipriani

La storia di Amilcare Cipriani, uno dei rivoluzionari più conosciuti fra Ottocento e Novecento, è narrata in un libro scritto da Marco Sassi



PORTO AZZURRO — E' stato recentemente pubblicato il libro Amilcare Cipriani il rivoluzionario, edito da Bookstones, dedicato alla vita e alle vicende di Amilcare Cipriani, un rivoluzionario che fu prigioniero all'isola d'Elba nel carcere di Porto Azzurro. L'autore del libro è Marco Sassi, nato a Rimini nel 1978. L'autore ha collaborato con diverse testate storiche e di attualità, ed è editore e autore di saggi e monografie storiche.

Chi sia Amilcare Cipriani, oggi, non è cosa nota a tutti. Dopo la sua morte, avvenuta a Parigi nel 1918, sul suo nome è calato lentamente l’oblio, la dimenticanza quasi totale. Eppure, è stato uno dei rivoluzionari più conosciuti, rispettati e temuti tra Ottocento e Novecento, uno di quelli che per il proprio credo oscillante tra l’anarchismo e il socialismo rivoluzionario, ha fatto tremare le vene dei polsi ai potenti, e ai Savoia in particolare. 

Una vita trascorsa ‘contro’ ogni tipo di potere che potesse nuocere al popolo, quel popolo da cui proveniva. Nato ad Anzio nel 1843, trasferitosi quasi ancora in fasce a Rimini e poi, dopo aver partecipato alla seconda guerra d’indipendenza che neppure aveva compiuto sedici anni, la diserzione per seguire Garibaldi nelle sue epiche imprese. 

Da qui, una vita rocambolesca fatta di rivoluzioni, battaglie combattute con il fucile e con la penna – collaborava come pubblicista per diverse testate di sinistra-, fughe, esili, prigionie in tre continenti diversi. Guardato a vista dalla polizia, e non potendo rientrare in Italia poiché ricercato, aveva eletto come sua ultima nazione d’adozione la Francia, dove era in contatto e in amicizia con i grandi intellettuali dell’epoca, primo tra tutti Émile Zola. 

In Italia però ci rientrò ugualmente e lo fece per portare l’ultimo saluto al padre morente, nella casa di famiglia a Rimini. Era il 1881 e, giunto in stazione, non fece neppure in tempo a scendere dal predellino del treno che i carabinieri lo arrestarono e lo rinchiusero in carcere. L’accusa era tutta politica, non molto chiara per la verità. E infatti cadde subito. Poi, pur di non lasciargli la libertà, lo processarono per un fatto avvenuto una decina d’anni prima, una rissa col morto avvenuta ad Alessandria d’Egitto per legittima difesa. 

Venne condannato a venticinque anni di carcere durissimo, da scontare in una delle colonie penali più temute, quella di Porto Longone, oggi Porto Azzurro

Nel suo libro, Marco Sassi, oltre a ricostruire l’incredibile biografia di questo rivoluzionario – che ebbe anche il coraggio di rimproverare personalmente la regina Vittoria quando, a Londra, per sbarcare il lunario, svolgeva la professione di fotografo -, riporta integralmente il suo diario di prigionia di Porto Longone, pubblicato per la prima e unica volta a puntate su Il Messaggero del 1888. 

Un documento preziosissimo per comprendere la vita di un prigioniero politico, le angherie subite da parte di un personale carcerario che appare disumanizzato, ma che faceva parte di un preciso disegno: fare impazzire il recluso, mantenerlo in vita ma fargli perdere completamente il senno.

Al carcere elbano, dopo essere passato per Rimini, Milano e Ancona, arrivò la mattina del 13 luglio 1882. Gli vennero dati gli abiti immatricolati con il 2043 (un numero che divenne un simbolo nella lotta contro la monarchia), gli vennero tagliati barba e capelli. 

Poi venne fotografato nel cortile e quella fotografia esiste ancora. Furono anni lunghissimi, passati in una cella minuscola e quasi sempre incatenato, in scarse condizioni igieniche, con un magrissimo e pessimo vitto, sempre vilipeso dal famigerato Regolamento che i secondini non mancavano di applicare oltre la lettera. Intanto all’esterno la rabbia per questa assurda carcerazione montava. 

Fecero sentire la loro voce solidale intellettuali e politici, nomi come Andrea Costa, Giosuè Carducci, Aurelio Saffi, Ricciotti Garibaldi, Louise Michel, Benoît Malon e Auguste Vaillant. Il popolo lo candidò più volte, per protesta, al Parlamento e lui vinse anche, ma non arrivò mai a sedere al seggio. Cosa che tra l’altro non avrebbe mai accettato.

Il carcere di Porto Longone, già tristemente noto, iniziò a comparire sulle testate europee, come il luogo in cui stava marcendo Cipriani, il martire del popolo.

Fu una prova al limite dell’umano, ma Cipriani riuscì a farcela. Per lui arrivò la grazia il 20 luglio 1888, firmata da Umberto I che fu costretto, a malavoglia, a concederla per calmare le piazze e mettere fine alle discussioni alla Camera. Cipriani si era sempre rifiutato di chiederla.

Da uomo libero, lasciò l’isola in gran segreto a bordo di un vaporetto della Società Carbonifera, scortato da un ispettore di Questura. Venne però riconosciuto e si crearono manifestazioni popolari spontanee per festeggiarlo.



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