Attualità Martedì 18 Agosto 2026 ore 09:00
Arrighi, una guida per il rilancio del vino dell'Elba. E non solo

Dal ritorno del Consorzio di Tutela al vino nato in mare, il produttore di Porto Azzurro racconta la sua Isola di domani.
PORTO AZZURRO — Dal febbraio 2026 Antonio Arrighi è al timone del Consorzio di Tutela dei vini dell'Elba, chiamato a dare "nuovo smalto" a una denominazione che negli ultimi anni aveva perso peso e visibilità. Il produttore di Porto Azzurro, la cui azienda agricola affonda le radici da oltre un secolo sulle colline alle spalle della baia, non usa mezzi termini nel descrivere la situazione trovata: "La vera novità è che il Consorzio esiste di nuovo. Non aveva un sito, non aveva più nessun riconoscimento ufficiale come consorzio di tutela, sui social non era nemmeno riconoscibile. Non c'è un colpevole: semplicemente eravamo tutti noi che non ci credevamo più".
L'obiettivo, spiega, è ricostruire un'identità riconoscibile e smettere di essere considerati "una curiosità geografica", per diventare invece "un riferimento di qualità". Un lavoro che parte da lontano: l’atto costitutivo del Consorzio venne firmato l’11 aprile 1987 davanti al notaio da undici soci fondatori, tra cui anche il padre di Antonio, Sergio. "Adesso stiamo rifacendo tutto da capo", racconta, consapevole che il rilancio richiederà pazienza più che scorciatoie.
Ma la partita che sta più a cuore ad Arrighi si gioca soprattutto in famiglia.
Da qualche anno l’azienda ha imboccato la strada del biologico, praticato ormai da sette anni, e in vigna e in cantina è affiancato dalle figlie: Giulia, enologa, che lavora a fianco di Laura Zuddas, la winemaker di Impruneta che segue l'azienda da oltre venticinque anni, e Ilaria, che si occupa della comunicazione. "Uno dei motivi per cui ho ancora tanta passione è avere dei figli che mi seguono", dice Arrighi. "Vedere Giulia in tuta da lavoro che sale e scende tra i filari è una grande soddisfazione, ma quella più grande è che capisce davvero di vino: ha fatto il corso da sommelier, ha studiato enologia, sa che l’uva deve arrivare in cantina sana e perfetta".
Tra le sperimentazioni portate avanti dall’azienda, quella più conosciuta a livello internazionale, germogliata grazie al professor Attilio Scienza e al suo interesse a scoprire cosa avesse di particolare il vino di Chio, resta il vino Nesos.
"Nel 2018 Attilio Scienza era venuto all’Elba ad un convegno. Cercava produttori delle isole per fare una sperimentazione immergendo i grappoli nelle acque del Tirreno prima ancora della vinificazione. Ed è così che ci siamo trovati", ricorda Antonio Arrighi, sottolineando come Giulia, sua figlia, abbia seguito l’esperimento con il corso di Viticoltura e Enologia dell’Università degli Studi di Firenze. L’idea prende spunto dagli studi di un archeologo greco sulle antiche pratiche dell’isola di Chio, dove il vino veniva prodotto lasciando l’uva a contatto con il mare: una teoria mai più messa alla prova per quasi duemila anni, fino a quando Arrighi non ha deciso di verificarla concretamente, affiancato da un ateneo pisano per il monitoraggio scientifico del processo. I grappoli, racconta, vengono calati in ceste da pesca simili a quelle usate per le aragoste e restano sott’acqua alcuni giorni: il sale asporta la pruina e accelera l’appassimento al sole, mentre l’Ansonica si conferma il vitigno più resistente a questo trattamento, a differenza di altre varietà elbane che non reggono la lunga immersione.
La prima bottiglia risale al 2019 e da allora il progetto ha attirato l’attenzione di testate e troupe televisive internazionali, pur restando una produzione volutamente ridotta a poche centinaia di esemplari l'anno, destinata a collezionisti e ristoranti di alta gamma.Dietro questa visione c'è una storia di famiglia lunga un secolo, nata nel 1920 da un matrimonio che unì due terre, ma con radici ancora più profonde: già nel novembre 1952 un Arrighi dell’Hotel Belmare era tra i fondatori dell’Associazione Albergatori dell’Elba. Fu proprio il nonno il vero pioniere: costruì un albergo da trenta camere quando sembrava una follia, e fu tra i primi a offrire in tavola un ristorante a chilometro zero, con mucche, latteria, maiali, conigli, galline e orti di famiglia. Il padre Sergio, perito agrario "prestato" all'hotellerie, ereditò quella doppia anima tra campagna e ospitalità. Antonio - nato nella camera numero 13 del Belmare - per anni ha frequentato l’azienda solo per fare un favore al padre, prima che negli anni Novanta una sperimentazione su vitigni alloctoni proposta dal centro CREA di Arezzo gli facesse venire voglia di ripiantare la vigna: "È stata la vera svolta".
Oggi l’Azienda Agricola Arrighi è cresciuta dai 7 ettari del 2010 agli attuali 22. Una realtà squisitamente elbana che guarda avanti tra percorsi di wine trekking, opere di artisti elbani sparse tra i filari e le prime prove su vitigni resistenti PIWI, pensati per un'agricoltura che consumi meno trattamenti. È anche a questo che Arrighi pensa parlando di futuro, con il piccolo Mattia già in mezzo alle vigne: "Voglio che trovi ancora un’Elba dove la terra abbia un valore vero, non un limite da spartirsi, ma un’opportunità che altrove nessuno può più permettersi di coltivare".
Letizia Cini
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