Cultura

Isabella, principessa che murò le finestre a Rio

Un editto contro i pirati, nozze che scandalizzarono la Spagna, un Paese eletto a capitale: la storia della Appiani, signora dell'Elba

Principessa Isabella Appiani (1577-1661) affacciata su Rio nell'Elba (immagine creata con intelligenza artificiale a scopo illustrativo)

"Quando una terra è bene di muraglia munita, viene difficilmente espugnata". Comincia così, in una grafia ariosa e piena di svolazzi, la lapide che si legge su un muro di Rio nell'Elba. Porta la data del primo Novembre 1622 e la firma di una donna dai titoli interminabili: "Donna Isabella di Mendozza, Aragon Appiani, per l'Iddio gratia Principessa di Piombino, Marchesa di Populonia, Signora delle Isole Elba, Montecristo, Pianosa". La lastra che vediamo oggi non è l'originale: è una riproduzione voluta dal Comune per restituire al paese la memoria di quel decreto. Ma le parole sono quelle, e raccontano un'epoca. Il testo è un ordine perentorio.

La principessa volle abitare a Rio "ne i tempi caldi", e pretese che il borgo fosse sicuro

La principessa vuole abitare a Rio "ne i tempi caldi", e pretende che il borgo sia sicuro. Ogni proprietario di una casa addossata alle mura deve murare le finestre a meno di tre braccia da terra e munire di inferriata, "grossa un'oncia e non meno", quelle fino a otto braccia. Il termine è di un mese; per chi disobbedisce, venti scudi di multa, da spendere per le mura e le strade del paese. Perché, spiega il decreto con disarmante franchezza, la pena il più delle volte rende i sudditi obbedienti.

La paura era concreta. Nel 1534 il Barbarossa aveva raso al suolo la vicina Grassera, e i suoi abitanti si erano rifugiati proprio a Rio. Il paese si stringeva a nord della chiesa, con le case addossate l'una all'altra a formare un'unica muraglia, e la chiesa stessa diventerà una fortezza difesa da quattro bastioni.

Chi era la donna che firmava quell'ordine? Isabella Appiani nasce nel 1577 in una famiglia che governa Piombino e l'Elba da quasi due secoli. Ha dodici anni quando, nel 1589, il padre Alessandro viene ucciso durante una rivolta dei piombinesi. Il potere passa alla madre, la spagnola Isabel de Mendoza, reggente per il figlio Jacopo, morto giovanissimo nel 1603. Una madre temuta e odiata, che i nemici accusano di ogni vizio, perfino della complicità nell'omicidio del marito: accuse che, avverte la storica Lucia Paoli, "risentono di molti pregiudizi". Madre e figlia portano lo stesso nome e lo stesso titolo, tanto che ancora oggi vengono confuse.

Isabella viene data in sposa allo zio materno, Jorge de Mendoza, molto più grande di lei: ecco perché la lapide si apre con quel nome. Nel 1611 è riconosciuta principessa di Piombino e delle isole, ma a governare sono la madre e lo zio-marito, impegnati nella lunga causa per la successione davanti alla corte imperiale di Praga. Lei, intanto, mette al mondo sei figli. Quando nel 1619 resta vedova, si ritrova con molti debiti e nessun sostegno: "sola y desamparada", sola e senza protezione, scrive al granduca di Toscana per chiedere un prestito. I Medici non glielo negano. Del resto proprio da Rio, dall'appalto delle sue miniere di ferro, arriva il denaro che lega Piombino a Firenze.

Poi, all'improvviso, la svolta. Nel Gennaio del 1621, nella sua casa di Genova, le viene presentato Paolo Giordano II Orsini, duca di Bracciano: più giovane di lei, cresciuto alla corte dei Medici, letterato, musicista, diplomatico. Restano dieci giorni chiusi in casa senza ricevere nessuno, e l'ambasciatore spagnolo, respinto alla porta, riferisce piccato che "tutta Genova lo sa". Isabella non aspetta il consenso del re di Spagna: ottiene una dispensa dal papa e si sposa pubblicamente a Piombino, nel Giugno del 1621, fra i sudditi in festa. Seguono giorni a Marciana, dove gli Anziani, sgomenti per le casse vuote, attingono alle gabelle per accogliere degnamente gli sposi. Per la prima volta, scrive Paoli, Isabella si sente "liberata da ogni vincolo". Lo scandalo, intanto, riempie per mesi i carteggi tra Genova, Napoli e Madrid.

È all'Elba che Isabella trova i suoi alleati più fedeli, e Rio è il cuore di questo legame. Dal 1595 il Paese è la capitale del principato sull'isola, e lì la principessa tiene un uomo di fiducia, il commissario Andrea Sardi, che tratta per lei con il granduca e la informa di quanto accade in paese. A Rio, scrive Lucia Paoli, "sono rivolte le maggiori attenzioni della principessa". Un rapporto privilegiato ma sofferto: in paese hanno sostenitori anche i rami cadetti degli Appiani, che non le perdonano di regnare da donna, e i riesi si dividono fra i fedeli alla principessa e i vicini alla Spagna.

 

Lo stemma della famiglia Appiani

Isabella soffre di quelle liti, ma proprio qui trova il sostegno più saldo.La causa per la successione, alla fine, si chiude male: nel 1625 Isabella perde il principato, pur conservando il titolo finché vive. Segue il marito a Bracciano e a Roma, e gli resta accanto fino alla morte di lui, nel 1656. Lei lo raggiunge cinque anni dopo, nel 1661.

La copertina del libro

La sua vicenda, insieme a quella di tante elbane senza nome, si legge in "Tra il rigore della legge e il vento della storia. La condizione delle donne all'Isola d'Elba tra il XVI e il XVIII secolo": sei saggi curati da Gloria Peria e pubblicati nel 2012 dal Comune di Rio nell'Elba. Il capitolo sulle principesse fa parte del saggio di Lucia Paoli "Le donne della Terra di Rio negli archivi". La prefazione porta la firma di Paola Bora, docente di Antropologia filosofica presso l'Università di Pusa e attivista per i diritti delle donne, alla cui memoria il volume è oggi dedicato. Quella ricerca, scriveva, "nasce dal desiderio femminile di dar voce alle vite delle mille donne elbane". Nel 2015 il libro è diventato un e-book gratuito grazie al progetto ComunEbook del Comune di Ferrara e al lavoro di docenti e studenti del Liceo scientifico Ròiti.

La lapide apposta su un muro di Rio nell'Elba porta la data del primo novembre 1622 e la firma di Donna Isabella di Mendozza, Aragon Appiani, per l'Iddio gratia Principessa di Piombino, Marchesa di Populonia, Signora le Elba, Montecristo, Pianosadelle Iso

Le finestre murate, intanto, hanno lasciato il segno nella forma del paese. La piazza del Popolo nacque più tardi, fuori dalla porta principale, all'inizio dell'attuale via Sabba Galletti. Lo ricorda un post di Pietro Chionsini nel gruppo Facebook "Rio nell'Elba come Eremo": "Vado in for di porta, si diceva quando ero bambino". Un modo di dire sopravvissuto alle mura, ultima eco di un paese che si chiudeva per difendersi.

Letizia Cini
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