"Ormai, uno più o uno meno, per me non è un problema, ma per loro sì". La frase, tramandata a voce per ottant'anni nei vicoli di Portoferraio, appartiene a una lavandaia di ventun anni. Giugno 1944: Olimpia Mibelli Ferrini si mette fra i soldati e un gruppo di ragazzine, e offre sé stessa perché le altre possano andarsene. Conviene rileggerla adesso.
A inizio Ottobre l'Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, ha parlato di livelli "scioccanti" di violenza sessuale nella guerra in Ucraina. Il rapporto del suo ufficio, venti pagine costruite su centinaia di interviste a vittime e sopravvissuti, su atti giudiziari e documenti ufficiali, conta 1.004 casi accertati fra il Febbraio 2022 e il Luglio 2026. "Temo che questi atti abominevoli stiano quasi certamente continuando", ha detto Türk. E il conto, avverte lo stesso rapporto, è parziale: chi subisce spesso tace. Lo stesso silenzio ha coperto per decenni una tragedia elbana che richiama quella raccontata da Alberto Moravia nella "Ciociara" e portata al cinema da Vittorio De Sica.
Olimpia nasce il 17 Marzo 1923 in via della Fonderia 46. L'atto conservato all'anagrafe dice già molto: il padre Dogali, operaio, viene dispensato dal presentare la neonata "stante il cattivo tempo" e non firma "perché illetterato". Lei cresce fra case alte e panni stesi, attinge l'acqua alla fontana, ritira la biancheria di porta in porta. Di sera cambia passo: gonne dai colori accesi cucite da sola, tacchi, borsetta, rossetto scarlatto. A quindici anni, il 22 Aprile 1938, sposa Angiolo Ferrini, militare di stanza a Livorno, e resta presto vedova. Ama chi vuole, ride con voce roca, litiga e scherza per strada. Tanto basta perché le si attacchi un'etichetta, "prostituta", che la seguirà perfino nelle carte ufficiali.
Il 17 Giugno 1944 le truppe coloniali francesi dell'Operazione Brassard sbarcano nel golfo di Marina di Campo. All'Elba nessuno la chiama liberazione: si dice "lo sbarco". Ai reparti viene lasciata mano libera per quarantotto ore e le fonti contano circa duecento donne violentate, bambine e anziane comprese. I padri murano le figlie nei casolari. Olimpia fa il contrario: esce. Si offre ai militari al posto delle più giovani (un documento cita Laura Laurenzi, quindici anni) e alle altre suggerisce di vestirsi di nero, coprirsi il capo, rendersi invisibili. Per giorni non se ne sa più nulla, la credono morta. Poi qualcuno la rivede nella casa di via del Paradiso.
Il dopoguerra non le porta gratitudine e la città abbassa la voce. Lei si lega ad Arrigo, ambulante ebreo livornese, e con lui tiene un banco di casalinghi e biancheria al mercato di piazza della Repubblica. Mantiene la madre e due sorelle: una disabile, l'altra, Andreina, violentata anch'essa nei giorni dello sbarco e rimasta incinta. Andreina tiene il bambino e lo chiama Luciano, "perché era la sua luce"; le due sorelle lo crescono insieme, contro il giudizio di tutti. L'ex sindaco Gian Battista Fratini, amico di Olimpia, ha testimoniato che lei non gli chiese mai un favore. Olimpia muore nel 1985; il Corriere Elbano la saluta come esempio di eroismo "senza celebrazioni e senza medaglie". I resti finiscono nell'ossario comunale. Nessuna tomba.
Anche il riconoscimento ha dovuto vincere la reticenza. Una prima richiesta di Medaglia al valor civile si arenò in Prefettura: mancava un testimone oculare disposto a firmare. Hanno riaperto la pratica, uno dopo l'altro, il romanzo di Paola Cereda "La figlia del ferro", la biografia di Raimonda Lobina per l'Enciclopedia delle donne, le ricerche di Mario Ferrari e Ruggero Elia Felli, che nel Febbraio 2025 hanno scritto al Presidente Mattarella. Il 22 Settembre 2025 il Consiglio comunale ha consegnato la Medaglia d'oro "Città di Portoferraio" alla pronipote Sara Fabiani, figlia di Luciano, arrivata con il rossetto rosso: Olimpia, ha detto, avrebbe commentato "in fondo non ho fatto niente di particolare".
Dal 13 Dicembre 2025 una targa la ricorda nell'ultimo tratto di via Elbano Gasperi, fra via Madama Letizia e la Scalinata de' Medici, dove abitava. Accanto, l'opera di Luca Polesi "Il coraggio di una donna libera". Dal Quirinale, a quanto risulta, la risposta non è ancora arrivata.
Sara coltiva un altro desiderio: un Centro antiviolenza che porti il nome della prozia: Olimpia Mibelli Ferrini. Sarebbe il modo più concreto di restituirle, ottant'anni dopo, ciò che lei diede alle altre.