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sabato 16 dicembre 2017

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: Italia - Svezia

di Libero Venturi - domenica 19 novembre 2017 ore 08:00

Hai visto la partita? Due squadre in campo: una fortunata e una no, tutte e due mediocri. La nostra nazionale con gioco lento e cross prevedibili, regolarmente respinti dalla difesa dei lungheroni svedesi schierati con catenaccio all’italiana, made in Sweden. Così non marchi mai. Specie se tieni in panchina i furetti dribblomani come Insigne. Infatti. Un incubo. E all’andata, alla Friends Arena di Solna, anche peggio: nel primo tempo gli svedesi sono sembrati perfino bravi, nella ripresa avevamo finalmente iniziato a giocare, ma loro l’hanno buttata in rissa e noi ci siamo cascati. Baruffe e scene madri in mezzo al campo. Poi sì, vabbè, l’arbitro. Si dirà che il fallo iniziale su Bonucci era da espulsione. Per De Rossi al mondiale del 2006, quello vinto in Germania, per una gomitata che dette agli americani, fu subito rosso e quattro turni di squalifica. Poi un goal mancato di testa dal Gallo Belotti e il palo clamoroso di Darmian, segno che nemmeno il dio del calcio ama i predestinati. Ne sa qualcosa il Brasile nella finale mondiale persa in casa, al Maracanã nel 1950, contro l‘Uruguay. Alla fine l’autorete, la palla deviata che spiazza Buffon con tre difensori fermi su un tiro non certo irresistibile, è sembrato un segno del destino. Come a San Siro il quasi goal di Immobile o il quasi autogoal finito sulla loro traversa o la prodezza a lato di Florenzi e il tiro inutilmente forte e alto di Candreva o quello al volo, ma telefonato di El Shaarawy, bravino a giocare, difficile a scriversi. Ma forse il destino, anche il più ineffabile, ha qualcosa a che fare con meriti e colpe.

Tu l’hai detto. E guarda che la Nazionale italiana e quella svedese si sono affrontate 22 volte nella loro storia, il bilancio recita 10 vittorie dell'Italia, 6 pareggi e 6 vittorie della Svezia. Però in Svezia l’Italia ha vinto solo nel 1912 per le Olimpiadi a Stoccolma. Anche nel 1950, quello del Maracanãzo che hai ricordato, ai mondiali, contro ogni pronostico, fummo eliminati proprio dagli svedesi. Che quel gioco fisico fanno, “biscotto” a parte per il pareggio con la Danimarca che ci eliminò dagli Europei del 2004. Quali predestinati? Presunti tali, forse. Il dio del calcio, se c’è, non ama le squadre senz’anima né gioco. E poi avete cominciato a perdere da quando avete detto che l’Italia non poteva non andare ai mondiali e qualcuno ha addirittura evocato l’Apocalisse! Per forza il dio del calcio vi ha punito. Forse avevate già incominciato a perdere quando Renzi ha detto a Putin che in Russia l’Italia avrebbe vinto. Addirittura! Non so se esiste la fortuna, ma lo sculo esiste di sicuro. E perfino la scaramanzia forse è una scienza esatta che richiede silenzio e prudenza. Nemmeno l’acqua santa del buon vecchio Trapattoni, in Corea del Sud, ai mondiali del 2002, poté alcunché contro quel diavolo dell’arbitro Moreno. Perché se c’è un dio, c’è anche un demone del calcio. Il fatto è che si gioca male, formazioni improvvisate, arrangiate fino all’ultimo. E poi c’è da vergognarsi dei fischi all’inno di Svezia! Non si fischiano gli inni. Meno male che De Rossi è salito sul pullman degli svedesi e ha chiesto scusa, facendo loro gli auguri. Ora non vi resta che elaborare il lutto e tanti saluti a casa. Pazienza, sopravviveremo.

Ma sei un antitaliano, che nemmeno Giorgio Bocca! Sarai mica te, come dice Renzi, che gufi? Comunque il calcio dell’Italia esprime questo, purtroppo: giocatori fuori forma e di scarso valore, come il suo allenatore, Ventura, ovvero Sventura. Un commissario tecnico anziano, di modesto livello e di nessuna esperienza internazionale. Inadatto al ruolo. E almeno fosse stato un motivatore... Invece mani in tasca a sfondare i pantaloni, su e giù davanti alla panchina a fare smorfie e sbuffare fra sé. Anche dopo la rinuncia dell’abile Conte, avremmo potuto prenderne un altro dei nostri, di quelli più collaudati a livello internazionale. Oppure potevamo andare su un giovane con nuove idee. Ma lui è stato scelto da Tavecchio, il presidente della Federcalcio. L’ometto di provincia, espressione di un calcio minore, che parla di “banane” per un calciatore di colore e dice “ebreaccio” e dice “lontano da me gli omosessuali”, riempiendo d’ignoranza l’abisso che divide la libertà di parola dalla parola in libertà, segnando la maldestra e pesante differenza che separa l’offesa dalla battuta. Ora l’allenatore se ne va, invece il presidente non ha nemmeno la dignità di dimettersi. La Federcalcio non è riuscita in questi anni a rialzare le sorti del calcio italiano che è in mano a procuratori e club. E questo è l’avvilente e deprimente epilogo: l’eliminazione ai mondiali dell’Italia da parte della Svezia. Buffon in lacrime che saluta l’ultimo mondiale alla tivvù. Che amarezza!

E perché? Cosa te ne importa di quella massa di giovinastri super pagati e super viziati, schiavi dei club che non li incentivano certo a giocare per la Nazionale, altrimenti si fanno male e poi le loro squadre perdono. Cosa ci rappresentano? l'Italia? la Nazione? Non certo la mia. Posso solo capire che tu sia triste per il gioco del calcio e anche perché non è stata data a tante persone l'occasione di passare qualche serata insieme a festeggiare. A questo è sempre servita la Nazionale e lo sport in genere. Di questa mancata occasione di gioia, in tanta tristezza che tutti ci affligge ogni giorno.

Dei calciatori super pagati, viziati e, spesso, ignoranti non mi frega niente, ovviamente. I milioni che corrono più di loro sono un’aberrazione morale, perfino del mercato. Non mi frega dei tatuaggi e dei colori delle tribù. Come niente m’importa dei tifosi che, anzi, detesto. Ma del calcio m’importa, eccome. L’ho giocato e, al netto degli interessi se mai fosse possibile, sarebbe un bello sport, popolare e alla portata di tutti. Alti, bassi, magri, robusti, poveri e ricchi, bianchi e neri. Non tutti gli sport sono così. Tutte le volte che mi tocca fare il bagno in casa, rimpiango la doccia negli spogliatoi scalcinati. Ricordo la maglia, la squadra, i compagni, muti, ostili e solidali che ti abbracciavano quando marcavi un goal. E poi m’importa del mio Paese. In fondo lo sport è l’unica cosa per cui è lecito e trasversale, al netto dei fanatismi, competere come nazione, senza gli orrori del nazionalismo. Per le Olimpiadi, come sai, in Grecia si interrompevano le guerre e i nemici gareggiavano pacificamente tra loro, divenendo semplicemente avversari. È buffo questo Paese. Alla rovescia: xenofobo a livello sociale e inclusivo solo a livello calcistico. E i “buu” razzisti sono più un fenomeno di disprezzo sociale che relativo alle squadre di calcio del nostro campionato, in cui ormai si contano sulle dita di una mano i calciatori italiani. I club sono intasati di giocatori stranieri fin dalle formazioni giovanili e non esistono più scuole e vivai per i nostri ragazzi. I risultati poi si vedono con la Nazionale, perché così si dice: “Nazionale”. La Nazionale italiana di Calcio fa parte del nostro orgoglio, della nostra identità di italiani, gli azzurri, non meno della nostra cultura e della nostra arte. Per questo mi sento così abbattuto e ferito. Oltre che per aver perso il divertimento di veder giocare le altre partite dei mondiali. Era da sessant’anni, dal 1958, che questo non succedeva al calcio italiano. Che per me, oltretutto, è un rito, qualcosa di intimo e personale, più sofferenza che divertimento. Non mi è mai piaciuto, nemmeno da ragazzo, vedere le partite in compagnia o, peggio, al bar. Le persone, confesso, mi disturbano. Devo vedermela da me, la partita, soffrire, urlare come uno squilibrato -perché questo divento- e immedesimarmi nel passaggio mancato o ben fatto, dettato dietro lo schermo televisivo. Questo lo posso fare senza vergognarmi, soltanto in perfetta solitudine. Alcune donne non capiscono, ma non solo loro. E quando va male me la prenderei anche con il gatto, se c’è un gatto che se la dorme, indifferente alla tragedia o alla vittoria: ciò che distingue l’uomo dalla bestia. Anche festeggiare, sì può fare certo, ma più che altro festeggio da me. Mi addormento meglio. E invece la notte dopo la partita ho dormito male: svedesi del cazzo, fanculo voi e l’Ikea! Ho sognato che ero un centravanti -nel mio piccolo lo sono stato davvero- e mi avevano ucciso verso sera. Sul mio corpo avevano lasciato un biglietto. Questo: “Perché avete usurpato il ruolo degli dei che in altri tempi guidarono la condotta degli uomini, senza arrecare conforti soprannaturali, ma soltanto la terapia delle grida più irrazionali, il centravanti verrà ucciso all'imbrunire. Perché il vostro centravanti è lo strumento che adoperate per sentirvi dei che gestiscono vittorie e sconfitte dalla comoda poltrona di cesari minori, il centravanti verrà ucciso all'imbrunire”. E c’era un post scriptum: “E sopratutto perché avete perso, coglioni!”. Perché ancora mi sogno qualche goal che un secolo fa ho fatto o ho sbagliato, in un campo di periferia. Triste, solitario y final. Come Osvaldo Soriano. Siamo tutti giocatori di tbol, personaggi “imperfetti” di storie inventate. Giochiamo una partita senza fine con eterne vittorie e sconfitte, contro avversari eterni, contro la vita stessa e la sua invincibile malinconia.

Libero Venturi

Pontedera, 19 Novembre 2017

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Citazioni e ispirazioni: “Il centravanti è stato assassinato verso sera” di Manuel Vazques Montalban, “Triste, solitario y final” e “Fútbol” di Osvaldo Soriano.

Libero Venturi

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