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Cultura sabato 12 marzo 2016 ore 18:43

Serge Latouche all'Elba

L'economista e filosofo francese si è fermato sull'isola per una breve sosta prima di riprendere il tour di conferenze in giro per la Toscana



PORTOFERRAIO — Una società diversa aliena al capitalismo e alla globalizzazione, un mondo possibile dove l'uso, e soprattutto il riuso, delle risorse sia declinato in un modo compatibile con l'uomo. Sono alcune delle idee che Serge Latouche, economista e filosofo noto a livello internazionale, professa da anni e le ha ribadite anche ieri sera, durante l'incontro che ha concesso alla stampa nella hall dell'Hotel Airone di Portoferraio.

Una breve visita elbana quella di Latouche, impegnato in un giro di conferenze in Toscana. Parla bene italiano Latouche, l'accento gli scivola giusto su qualche termine straniero, e parla lucidamente di economia della felicità e di rilocalizzazione della produzione.

Professore emerito di Scienze economiche all'Università di Parigi XI e all'Institut d'études du developpement économique et social (IEDES) di Parigi, Latouche parte da un concetto: "La crisi finanziaria che stiamo vivendo è solo l'ultima, in ordine di tempo, di una serie di crisi che hanno investito il nostro mondo occidentale, ce ne sono state di sociali e culturali.

La società della crescita non è più sostenibile nè auspicabile, in pratica viviamo in una società della crescita senza crescita".

Dall'attualità di un fenomeno migratorio che rimescola le carte della politica e della Storia, Latouche muove agilmente una critica all'Europa: "La crisi greca dimostra l'incapacità dell'Unione Europea, dimostra come, se pure l'idea di una casa comune fosse giusta in principio, la sua attuazione è stata del tutto sbagliata. Si è deciso di unire i popoli attraverso la loro economia così sono stati messi in guerra fra loro e in una guerra c'è uno che vince e molti che perdono".

Latouche è l'alfiere della decrescita felice, quel movimento cioè che vede necessario un passo indietro rispetto all'impeto consumistico della società moderna: "Non siamo nati consumisti - precisa - lo siamo diventati dopo anni di propaganda. Se andiamo a vedere le origini di questo fenomeno lo troviamo nell'America degli anni '30 nel dibattito fra Ford e General Motors sulla produzione in massa delle auto: è là che è avvenuto il passaggio da funzionalità a estetica come motore della società".

"Dobbiamo uscire da questa logica infernale secondo la quale dobbiamo acquistare e consumare per buttare e poi acquistare ancora: su questo ciclo si fonda il mercato mondiale". Un concetto che trova la sua definizione nell'espressione "obsolescenza programmata" e che secondo il filosofo francese, ma non solo lui, è il concetto chiave dell'economia globale.

E' una battaglia che porta avanti da anni Latouche: "La colonizzazione dell'immaginario è talmente forte che anche chi si vuole opporre lo fa timidamente. La mia è forse un'utopia ma abbiamo bisogno di utopie".

"Il benessere - spiega concludendo l'economista - si misura con beni immateriali come il tempo libero e la riduzione della centralità del lavoro nella nostra vita, si chiama economia della felicità".

Latouche sta lavorando ora al nuovo libro, "La decrescita prima della decrescita" (ed. Bollati Berlinghieri) previsto in uscita prima dell'estate, nel quale raccoglie le testimonianze e gli scritti di chi esprimeva questi stessi concetti prima che trovassero una formulazione piena, come, in Italia, personaggi del calibro di Pasolini e Berlinguer.

Luca Lunedì
© Riproduzione riservata


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