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Interviste Mercoledì 07 Ottobre 2026 ore 09:00

Anselmi: "Così ho salvato la cipolla di Patresi"

Vincenzo Anselmi, 65 anni, il Sileno di Patresi (foto Roberto Ridi)

Tra muretti a secco, trekking e antichi semi Vincenzo, spirito dei sentieri, custodisce l'anima più autentica dell'Elba



MARCIANA — "La fotografia più bella? Quella che hai nel cuore, mai scattata." Con queste parole Vincenzo Anselmi, 65 anni, il Sileno di Patresi - come nell'antica Grecia si chiamavano gli spiriti dei boschi e delle vigne, legati più alla Natura più che agli uomini - racconta la sua terra. Il profumo del rosmarino si mescola alla salsedine sulle scogliere di granito che a Patresi scendono dritte nel Tirreno, e in questo angolo selvaggio dell'Elba occidentale la memoria di una terra contadina sopravvive, molto grazie a lui. 

Vincenzo Anselmi, 65 anni, il Sileno di Patresi con la foto di Roberto Ridi

Nipote del pastore Oreste, che a Serraventosa portava le capre al pascolo tra ginestre e cisti, Vincenzo ha ereditato da lui il passo lento di chi cammina per conoscere, non per attraversare. Padre di due figli e nonno di una nipotina di cui va molto orgoglioso, porta avanti con loro lo stesso legame con la terra che gli avevano insegnato i suoi avi. Ogni alba ripercorre gli stessi sentieri di quando era bambino, tra il Faro di Punta Polveraia e il Santuario della Madonna del Monte, i suoi "rifugi del cuore".

A quell'eredità ha dedicato il lavoro di una vita. Vice reggente del CAI Elba, custode della Cipolla di Patresi, ideatore insieme al poeta Antonio Berti del Sentiero delle Poesie, Vincenzo racconta in questa intervista il filo che lega tre generazioni della sua famiglia alla stessa terra.

 

La Cipolla di Patresi e i suoi protagonisti negli scatti del fotografo elbano Roberto Ridi

Il Sentiero delle Poesie l'ha ideato insieme al poeta Antonio Berti: come è nata quella collaborazione e cosa rappresenta per lei oggi quel percorso?

"Il Sentiero è nato come un fotoracconto, con le immagini di persone di una certa età. La protagonista è Lorenza Berti, una signora di Patresi che scriveva su ogni pezzo di carta, fogli, ritagli di giornale. Dopo la sua scomparsa, Antonio Berti e Pietro, anche loro di qui, hanno deciso di raccogliere quei versi: sono nati così una decina di pannelli lungo un percorso di circa un'ora, semplice e pianeggiante, arricchito dalle sue parole. Chi cammina può leggere le sofferenze, le gioie, tutte le emozioni che trapelano dalle poesie di Lorenza. Le foto dei pannelli le ho scattate io, anche grazie a un amico tedesco, Hans Zimmermann, che ci ha insegnato a guardare con gli occhi degli altri. Perché noi elbani, come spesso accade in molte terre insulari, siamo critici - ma con una critica che a volte non è costruttiva, bensì distruttiva".

Suo nonno Oreste pascolava le capre a Serraventosa: cosa resta oggi di quel mondo contadino lungo i sentieri che percorre ogni mattina?

"Il nome Serraventosa deriva da 'Sarà Ventosa': così chiamavano quella zona i pastori, perché il loro nemico principale era proprio il vento, tant'è che i caprili di Serraventosa — come molti altri — hanno una porta rivolta a nord e una a sud, in modo che il vento non entrasse a rovinare il latte e i formaggi almeno in uno dei due ricoveri. Mio nonno è morto lì, era anche lui un pastore di capre, ed è a lui che è stato dedicato il Raggio Verde, un sentiero di circa 3 chilometri immortalato da Roberto marito della signora Giuliana, appassionata di questi luoghi, in un libro fotografico. Di recente il Parco ha inserito il Sentiero nella Grande Traversata Elbana. Di quei tempi restano praticamente solo i muretti a secco, tracce etrusche di pirite e poco altro: per la pastorizia qui non c'è più nulla, solo residui di caprili. Per trovare ancora presenza umana bisogna spostarsi a San Piero, da Danielino Mattera, che ha un caseificio Il Caprile - Pastorizia Elbana".

 

Vincenzo Anselmi, 65 anni, il Sileno di Patresi con la foto di Roberto Ridi

Vincenzo, come ha recuperato un seme che stava scomparendo, quello della Cipolla di Patresi: cosa l'ha convinta che valesse la pena salvarlo?

"La cipolla e il cavolo nero sono davvero le due eccellenze di questo luogo — il nostro cavolo nero è più selvatico, simile alla bietola, con la foglia più larga e grigio-verde. L'idea di salvare la cipolla è nata grazie ad Agostino Stefani, docente del Sant'Anna di Pisa, che stava recuperando i semi antichi dell'Elba ed è passato di qui. Noi siamo molto legati a questo ortaggio speciale: mia madre aveva ereditato i suoi semi da sua madre, io da lei e cosí... glieli abbiamo dati. Sono stati depositati non senza una piccola querelle di vicinato con la Zanca: qualcuno sosteneva che il seme fosse stato 'rubato' dalla loro cipolla — ma il DNA ha invece dimostrato che si tratta di due cipolle diverse. La nostra ha come caratteristica quella di essere particolarmente dolce. Ne raccogliamo circa 3.000 l'anno, ma tra Zanca e Patresi si arriva a 100.000 unità, che vengono lavorate in diversi prodotti. La nostra, in vendita, si trova solo da Biagio, a Schiopparello".

Il lavoro sui muretti a secco lo porta avanti anche con suo figlio Matteo: cosa gli sta trasmettendo, e cosa impara invece lei da lui?

"Sì, ripristiniamo noi i muretti a secco. Vengono demoliti soprattutto dai cinghiali, che li scavano quando sentono che all'interno si nascondono topi, vipere, piccoli animali. Questa è una zona ricca di granito, quindi i muretti a secco sono una tradizione che va molto indietro nel tempo, nata dall'agricoltura eroica: ogni terrazzamento, anche di pochi metri, veniva costruito per coltivare le viti. Oggi qui non produciamo più vino — era un vino forte, molto alcolico, perché nasceva in zone molto soleggiate , "Le Solane". Come memoria restano a Patresi le 'Vie del vino', che portavano il mosto giù fino al mare. I muretti a secco sono vere opere d'arte, composti da due muri, uno di facciata esterno ed uno interno, all'interno hanno una serie di piccole pietre che fungono da drenaggio, onde evitare che, quando piove molto, i muri 'spancino' fino a crollare. Con Matteo, mio figlio, oltre a risistemare quelli nei nostri terreni, quando lungo i sentieri troviamo muretti demoliti provvediamo a salvarli. Stiamo anche pensando a come tramandare questa tradizione: ci sono ragazzi volontari che vengono a pulire i sentieri e che piano piano stanno imparando, e faranno sì che questa tradizione non scompaia".

 

Dall'album dei ricordi, nonno Oreste Anselmi con le sue capre

Cosa vorrebbe che chi cammina sui sentieri di Patresi portasse via da quell'esperienza?

"Emozioni e consapevolezza. Sono vice reggente del CAI e uno dei cofondatori: all'Elba è nato dieci anni fa, con sede a Rio Marina e con me, tra i fondatori, c'era anche Michele Cervellino e altri. Grazie al Parco abbiamo potuto fare tante cose, anche la segnaletica è stata sistemata e la colorazione resa omogenea, ora è tutta in bianco e rosso: cosí chi cammina parla la stessa lingua, ed è tutto più comprensibile. Tra le cose che abbiamo realizzato ci sono i tavoli della Madonna del Monte, di San Cerbone, di Serraventosa. Le spese se le assume il CAI, con i contributi del Parco: siamo molto orgogliosi, perché si tratta infatti di un bene comune".

E cosa desidera per chi cammina?

"Delle fonti d'acqua, soprattutto negli attraversamenti provinciali: per fare percorsi abbastanza lunghi servono anche tre litri d'acqua da portarsi dietro, un peso. Le fontanelle mancano anche lungo la GTE, la Grande Traversata Elbana: l'acqua è l'elemento principale per gli escursionisti, ma anche per gli animali, perché spesso fanno trekking con i loro cani".

Consigli per chi decide di affrontare i cammini?

"Di avere più rispetto per i luoghi che attraversano e vorrei che le persone si informassero bene prima di partire per un’escursione: non si affronta un trekking impreparati. Tanti soccorsi sul Monte Capanne sono dovuti a gente che si inerpica magari con le infradito, equipaggiata in modo assolutamente non idoneo. Esiste un'app utilissima per camminare nelle nostre zone, Avenza Maps, gratuita grazie al Parco: basta consultarla per avere tante informazioni. Il Parco è un'opportunità per l'Elba". 

La Cipolla di Patresi e i suoi protagonisti negli scatti del fotografo elbano Roberto Ridi

Il problema dei cinghiali?

"Nonostante il numero elevato di esemplari, il problema per chi fa trekking non esiste, perché il cinghiale quando sente rumore scappa. Il vero problema qui è la presenza dei mufloni, che sono davvero tanti e si avvicinano molto anche alle abitazioni".

Concludiamo con la buona tavola: c'è un piatto, tra quelli con la cipolla di Patresi, che propone nel suo ristorante, in cui sente più forte il legame con la sua storia familiare?

"Certamente, il piatto che più mi ricorda la mia famiglia è il totano con la cipolla, una prelibatezza veramente speciale: non a caso è la pietanza il più richiesto da chi viene a trovarci".

Letizia Cini
© Riproduzione riservata


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