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Attualità lunedì 05 agosto 2013 ore 11:45

Marcello Veneziani parla di Pianosa. Oggi su il Giornale, il suo editoriale



CAMPO NELL'ELBA - Parla di Pianosa e del suo futuro Marcello Veneziani, nel suo editoriale uscito oggi su Il Giornale. Veneziani l'isola l'ha conosciuta e visitata durante una delle sue recenti visite all'Isola d'Elba, scoprendone la bellezza e le sue suggestioni, ma anche la sua storia malinconica fatta di ricordi, di epoche lontane e di un'altra realtà non a tutti conosciuta. "L'isola del Diavolo", scrive Veneziani "Deve ripartire". Smantellata nel 97 dal Gioverno prodi la colonia penale deve ripartire, secondo il giornalista de Il Giornale, proprio da quel modello abbandonato. "Questa è una storia strana. - Inizia Marcello Veneziani - È la storia di un mezzo paradiso terrestre che coincideva con un carcere. Sto parlando di Pianosa, dove la vita in carcere doveva essere dura. Sto parlando di un carcere dove, nell'arco di un secolo e mezzo, sono stati uccisi un paio di direttori, alcuni detenuti e alcune guardie, qualcuno ha tentato la fuga, ci furono aspre rivolte e sanguinose repressioni. Non sto parlando di un posto per anime belle, puffi e fatine. Ma Pianosa era quel che un carcere deve diventare. Una colonia penale agricola, dove i detenuti imparavano a coltivare la terra, allevare gli animali, fare i formaggi, il pane, cucinare. Un posto di rieducazione e di reinserimento nella vita lavorativa, da cui molti detenuti non volevano più andar via, nemmeno a fine pena". E prosegue, "(...) La colonia penale di Pianosa fu voluta a metà Ottocento dall'ultimo granduca di Toscana, Leopoldo II, poi accresciuta dall'Italia sabauda, da quella fascista (ci finirono anche i detenuti politici come Pertini) e da quella democristiana. Era un giardino operoso, con belle e confortevoli abitazioni, un sanatorio, una sontuosa cantina, la scuola e tante attività di lavoro e ricreazione. (....) Tante storie di vita e passione fiorirono sull'isola. Alcune me le racconta Beppe che si sente in esilio dalla sua Pianosa. Altre le racconta Stanislao che arrivò da secondino a Pianosa, e un giorno sbarcò una ragazza con una valigia rosa che veniva a insegnare nell'isola dei carcerati e lui appena la vide da lontano disse, «sarà mia moglie». Così fu e lo è ancora, da quarant'anni. E dire che i genitori di lei si erano raccomandati: non innamorarti di un secondino". C'è solo una ridottissima cooperativa di ex-detenuti che gestisce l'unica trattoria. La polizia penitenziaria ha i suoi fuoristrada, le sue motovedette, i suoi turni, in memoria del carcere. Stringeva il cuore vedere quelle botti vuote e quella grande cantina deserta, quel caseificio ormai privo di formaggi, quei campi una volta abitati da mucche e attraversati da asini, come illustra una mostra nell'ex ufficio postale, e ora ridotti a sterpaglia, rovine, muri scrostati. (...) Qui mi sono abbandonato a un doppio sguardo visionario, metà apocalittico, metà sorgivo. Girando per quelle rovine ho avuto l'impressione di aggirarmi nel nostro futuro, nel nostro Paese dopo la crisi economica, un Paese in disarmo, abbandonato alle ortiche, con le imprese un tempo fiorenti ridotte solo a muri scalfiti d'intonaco, scritte galleggianti nel vuoto, pareti diroccate, case disabitate, magazzini in rovina, ingressi sontuosi ridotti a spettrali archi nel vuoto... Mi sembrava una cartolina dall'Italia ventura, dopo la catastrofe a lungo annunziata. Al contempo però ho avuto un'altra visione di quel che potrebbe diventare: ma perché questo Paese imbecille che spende non poco per sorvegliare detenuti fantasmi e vigilare le rovine in modo che tutto degradi a norma di legge, perché - dicevo - questo Paese imbecille non investe pochi capitali e molti giovani per rianimare l'isola, rifare quella comunità e quella cooperativa, siano essi ex-detenuti o ragazzi in cerca di lavoro?" (...) Possibile che in Italia dobbiamo ridurci a rimpiangere pure i luoghi di pena d'una volta? Sarebbe un segnale di vita rianimare Pianosa e ridarle fertilità. Il futuro che prende la rincorsa dal passato, la gioia che dà frutti in un luogo di pena..."
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