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venerdì 09 dicembre 2022

STORIELBA — il Blog di Alessandro Canestrelli

Alessandro Canestrelli

Nato a Piombino da genitori elbani, con la famiglia si sposta a Portoferraio a tredici anni; compie gli studi superiori e si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia laureandosi con Lode. Insegna all’Elba per quattro anni e passa sotto la Regione Toscana. Nel 1990 si trasferisce all’APT di Pisa per l'Editoria e la Comunicazione, poi alla Provincia di Pisa per la Cultura. Conclude l’esperienza lavorativa nel 2015.

Le miniere del ferro dagli Etruschi alla Repubblica di Pisa

di Alessandro Canestrelli - mercoledì 16 novembre 2022 ore 09:00

L’inizio dello sfruttamento minerario dell’isola da parte degli Etruschi è databile intorno all’VIII secolo a.C., contemporaneo all’espansione politica e territoriale che pone l’Etruria al centro dei nuovi scambi col meridione e il settentrione d’Italia. Mentre molti studi e ritrovamenti parlano di un intenso sviluppo anteriore della coltivazione del rame e del bronzo.

Michelangelo Zecchini, in un recente articolo intitolato “Colle Reciso e altri complessi di bronzi: la metallurgia all’Elba fra X e VIII secolo a.C.”, sostiene suffragato da ineccepibile documentazione che all’Elba sono presenti giacimenti di rame nativo in depositi di ossidi di rame, cuprite, e carbonati, come la malachite. Il professore elbano di Marciana Marina dimostra che popoli di navigatori hanno avuto un grande interesse verso tali giacimenti. Favorendo la comprensione di un’isola che “All’alba del I millennio a. C. era effervescente sotto il profilo metallurgico e che, come nei secoli e nei millenni precedenti, fungeva da ponte naturale per la sua posizione geografica - fra l’Etruria tirrenica da una parte e Sardegna e Corsica dall’altra”.

Il prezioso articolo di Zecchini, cui rimando, è corredato da numerosi manufatti di bronzo recuperati in insediamenti, in un periodo compreso fra il X e l’VIII sec. a.C.

Nel primo secolo a.C., Diodoro Siculo scrive: “Presso la città dell’Etruria chiamata Populonia vi è un’isola che chiamano Aethalia, la quale dista dal continente circa 100 stadi e prende il nome dall’abbondanza dei fuochi in essa ardenti. Possiede molta abbondanza di siderite la quale è spezzata per la fusione e fabbricazione del ferro, ricavandone molto metallo (...) Coloro che si occupano della lavorazione del minerale di ferro lavorano e cuociono i pezzi così rotti nei fornelli appositamente costruiti, nei quali pel gran calore del fuoco il minerale fonde e dividono il prodotto in pezzi di media grandezza che assomigliano a grandi spugne. Queste sono trasportate e lavorate nel territorio dell’attuale Populonia, produzione diretta ai mercati di Dicearchia (Pozzuoli) e altri empori.

Intorno al III secolo a.C., la produzione siderurgica si sposta a Populonia tanto che l’aumento d’importanza economica di questo centro Rasenna permette, assieme alla vicina Volterra, di battere moneta con i simboli di Vulcano, con incisi i suoi strumenti di lavoro, il martello, l’incudine e le tenaglie.

Ricostruzione del processo di riduzione nei forni di Populonia, in Dizionario della Civiltà Etrusca, a cura di Mauro Cristofani

Ricostruzione del processo di riduzione nei forni di Populonia, in Dizionario della Civiltà Etrusca, a cura di Mauro Cristofani

I molti reperti di forni ritrovati in varie parti dell’isola permettono la ricostruzione del metodo di produzione: i forni hanno la forma di cumuli circolari composti di stati sovrapposti e alternati di minerale di ferro frantumato con carbone di legna, quest’ultimo, circa il doppio del minerale ferroso. Il cumulo stratificato quando raggiunge l’altezza di circa due metri è ricoperto di un mantello spesso di argilla impastata con acqua, del tutto simile alle ‘carbonaie’ e alla cui base sono praticati dei fori per l’entrata dell’aria, mentre sulla sommità c’è il tiraggio dei gas di combustione.

Dopo un lungo periodo, si assiste al grande interesse economico di Pisa nei confronti delle miniere elbane. La concessione dello sfruttamento proviene dalla Primaziale di Pisa, e dal diploma di Arrigo VI in seguito confermato dagli imperatori svevi e ratificato da Papa Alessandro IV. Nel 1360, sulla base degli ordinamenti emanati dal vicario di Capoliveri e dal Doganiere della vena del ferro di Rio, sono emanati dei ‘brevi’ (decreti) che i consoli dell’isola giurano di rispettare in accordo con i Consoli di Pisa che rappresenta la prima codificazione delle antiche tradizioni di lavoro: “Obbligo del doganiere è di verificare che vi siano grano e orzo sufficienti al mantenimento della popolazione, poiché l’aumento della produzione ferrifera comporta l’arrivo di molte ‘genti nuove’ a Rio e a Grassula”.

Alessandro Canestrelli

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