Si può essere la madre dell'uomo che ha tenuto in pugno l'Europa o quella dell'ultimo ragazzo di paese: quando un figlio cade, una madre corre da lui. Maria Letizia Ramolino Bonaparte non fece eccezione. La mattina del 2 Agosto 1814, a quasi sessantacinque anni, vestita con estrema semplicità, sale sul brick inglese Grasshopper, ancorato nel porto di Livorno. Il passaporto la dice Madame de Pont. Il figlio, Napoleone, fino a pochi mesi prima Imperatore dei francesi, ora regna su un'isola dell'Arcipelago toscano, e lei vuole stargli accanto nel momento più amaro, senza clamore.
Quel documento con il nome di copertura esiste ancora ed è custodito a Portoferraio, nell'Archivio storico del Comune.
Falso, a guardarlo bene, è soltanto il nome. "Il passaporto è un documento assolutamente autentico – spiega Gloria Peria, direttrice della Gestione associata degli archivi storici dei Comuni elbani e del Centro Studi Napoleonici e di Storia dell'Elba –. Fu rilasciato dalla Segreteria di Stato del Papa: un paradosso, se pensiamo che Pio VII era stato per quasi cinque anni prigioniero di Napoleone. Ma Roma restò sempre legata alla famiglia Bonaparte, e quel documento permise alla madre dell'Imperatore di raggiungere il figlio in un momento di grande difficoltà".
Com'è fatto? "È
un foglio di carta piuttosto ampio - le padole della direttrice Gloria Peria - . Non ha ritratti, ovviamente:
riporta i dati che servivano a riconoscere la viaggiatrice, con il
nome di copertura, e i timbri delle stazioni di posta lungo il
viaggio, da Roma fino a Livorno".
Il passaporto appartiene alla famiglia Bigeschi Del Serra, una famiglia di notabili di Portoferraio (con origini fiesolane) che ricoprì cariche pubbliche negli anni francesi, lo ha affidato all'Archivio comunale di Portoferraio, dove è conservato insieme ad altri documenti napoleonici. I Bigeschi legarono il loro nome all'Elba con Candido, maire della città negli anni del dominio francese e chiamato da Napoleone a far parte della reggenza; più tardi il granduca Leopoldo II lo nominò gonfaloniere e gli concesse il titolo nobiliare. Gli eredi hanno affidato il documento all'archivio di Portoferraio, dove è conservato insieme ad altre carte napoleoniche.
"Il pubblico ha potuto vederlo nella mostra 'Il
volo dell'aquila', un racconto tra video e narrazione, con la parte
visiva curata da Stefano Muti – ricorda Peria –. Compariva in un
pannello dedicato alla famiglia di Napoleone, accanto ai documenti sul soggiorno elbano della madre e della sorella Paolina. E ne avevo
parlato anche nel 2021, nel podcast di Focus dedicato ai 299 giorni
dell'Imperatore all'Elba".
Nata ad Ajaccio nel 1750 (alcune fonti indicano il 1749), figlia del nobile Giovanni Geronimo Ramolino, Letizia sposa nel Giugno 1764, appena adolescente, Carlo Maria Buonaparte, erede di un casato di antico patriziato ma di scarse sostanze. Al suo fianco attraversa gli anni della resistenza corsa contro l'annessione alla Francia. Rimasta vedova nel Febbraio 1785, a trentacinque anni, cresce gli otto figli sopravvissuti dei tredici messi al mondo.
Diventeranno re, regine, principesse: Giuseppe sul trono di Napoli e poi di Spagna, Luigi in Olanda, Girolamo in Vestfalia, Carolina a Napoli accanto a Murat, Elisa granduchessa di Toscana e principessa di Lucca e Piombino, Paolina principessa Borghese.
Lei osserva la gloria con diffidenza. Nel
1804 non assiste all'incoronazione del figlio a Notre-Dame, anche se
Jacques-Louis David la dipinge in tribuna nella celebre tela: è
stato
Napoleone a volere così e a chiedere all’artista
di
dipingerla lì, anche se il 2 Dicembre 1804 a Notre-Dame sua madre non
c'era: era rimasta a Roma, anche per i dissapori con il figlio e con
Giuseppina. Con la Beauharnais i rapporti non furono mai sereni.
Napoleone le conferisce il titolo di Madame Mère, e lei mette da parte denaro con una parsimonia diventata proverbiale. Le si attribuisce una frase, pronunciata in un francese che non imparò mai a padroneggiare: "Pourvu que ça dure", purché duri.
Non durò. Quando l'Impero crolla, la madre previdente raggiunge il figlio. All'Elba i portoferraiesi la accolgono con calore. Prende casa in cima a via Ferrandini, a Casa Vantini, dove una lapide posta nell'Ottocento dal proprietario Giorgio Manganaro ricorda tuttora il suo soggiorno. Da lì fa la spola con la Palazzina dei Mulini e si occupa della casa e della biancheria con lo spirito pratico della donna corsa. Come dama di lettura sceglie una giovane del luogo, Rosa Mellini, educata a Parigi e padrona di entrambe le lingue: un aiuto prezioso per una signora che continuava a esprimersi in italiano e in corso. Rosa non la lascerà più. Sarà lei, negli ultimi anni, a raccogliere sotto dettatura le memorie della sua signora.
Nella
tarda estate Napoleone si ritira al romitorio della Madonna del
Monte, sopra Marciana. Maria
Letizia Ramolino Bonaparte lo segue. In paese la ospitano i
fratelli Vadi, nella casa di via delle Fonti segnata anch'essa da una
lapide. Più volte si fa portare in portantina fino all'eremo per
stare con il figlio, e il 26 Agosto pranza con lui sotto la tenda
allestita accanto al santuario. Secondo diversi storici è anche il
suo denaro a sostenere le spese della piccola corte elbana.
Proprio dalle memorie dettate a Rosa Mellini arriva la scena più intensa del soggiorno elbano. È la fine di Febbraio del 1815. Una sera Napoleone gioca a carte, a écarté, con la madre e con Paolina, poi si ritira nel suo studio. La madre lo cerca e lo trova in giardino, solo sotto la luna, la testa appoggiata a un fico. Gli chiede che cosa lo renda così pensieroso. Lui le fa promettere di non dirlo a nessuno, nemmeno a Paolina: "Devo dirvi che parto, stanotte". "Per andare dove?". "A Parigi. Ma soprattutto voglio il vostro consiglio". E lei: "Lasciatemi dimenticare per un istante che sono vostra madre". Poi la risposta di una donna corsa: il cielo non permetterà che il figlio muoia di veleno o in un ritiro indegno di lui. Se dovrà morire, sarà con la spada in pugno.
A segnalare il racconto, pubblicato dalla Fondation Napoléon, è l'ingegner Paolo Fiorillo, collezionista ed esperto napoleonico, che colloca la scena nel giardino della Palazzina dei Mulini.
Dopo
Waterloo non lo rivedrà più: a Sant'Elena non le sarà mai concesso
di raggiungere Napoleone. Si stabilisce a Roma, nel palazzo di piazza Venezia
che porta ancora il nome dei Bonaparte, e lì muore il 2 Febbraio
1836, sopravvivendo di quindici anni al figlio. Sepolta a Corneto,
l'odierna Tarquinia, nel 1851 viene traslata ad Ajaccio per volere
del nipote Napoleone III, e riposa nella cappella imperiale.
Fra un passaporto con un nome di copertura e una lapide in via Ferrandini, la storia di Madame Mère si legge ancora camminando per strada. È la storia di una madre, prima ancora che della madre di un Imperatore.