Attualità

Gino a Ferrara, Mario a Rio: il prete partigiano

Ottantadue anni fa, l'8 Novembre 1944, l'arresto. Poi l'esilio e l'Elba, un nuovo nome e Rio Marina: lo storico Paolo Gioachin racconta don Lazzari

Don Mario e i chirichetti (foto Roberto Gattoli, anno 1965; da Fb, gruppo 'Rio Marina com'eremo')

Il 4 Dicembre 1968, all'Istituto Sacro Cuore delle suore di Rio Marina, il sindaco Erisia Gennai Tonietti consegna al parroco la croce di cavaliere. In paese lo conoscono tutti come don Mario. 

L'articolo del 5 Dicembre 1968 su Il Corriere Elbano dedicato ai 20 anni di don Mario a Rio Marina

Pochi sanno che quello non è il nome con il quale ha preso i voti, con cui si è fatto chiamare fino a quel giorno da superiori e parrocchiani, e che dietro il sacerdote mite delle messe a San Rocco si nasconde una storia di guerra, di armi nascoste sotto il palco di un teatrino parrocchiale e di un arresto da cui uscì vivo per un soffio. Proprio oggi, domenica 8 Novembre, ricorrono gli ottantadue anni da quel giorno del 1944. 

4 dicembre 1968: il sindaco Erisia Gennai Tonietti consegna a Don Mario la croce di cavaliere. Da La Piaggia, Autunno 2024 (Fonte: https://www.mucchio-selvaggio.it)

Don Lazzari era nato il 22 Settembre del 1908 a Ro Ferrarese e aveva preso i voti come don Gino Lazzari. Il 19 Dicembre 1948 il settimanale cattolico livornese "Fides" dedica quasi una pagina intera al suo arrivo all'Elba come don Mario. Dal 1948 al 1988 sarà il parroco di Rio Marina, per 40 anni, negli anni in cui le miniere danno ancora lavoro e poi,  a poco a poco, chiudono. Del suo passato, in paese, quasi nessuno sa nulla. A ricostruirlo, sulle carte della Questura, della Prefettura e dell'Archivio diocesano di Ferrara, è stato lo studioso ferrarese Paolo Gioachin, in un articolo uscito su "La Voce di Ferrara-Comacchio".

Come ha 'incontrato' don Gino Lazzari?

"Studiando, per la mia tesi in Scienze religiose, la Chiesa ferrarese negli anni della Repubblica Sociale. Ho trovato un vero oblio: per decenni i preti antifascisti sono rimasti in ombra. Per loro aiutare chi era perseguitato non era un merito da esibire, ma semplice carità evangelica, e molti hanno taciuto. Nel dopoguerra, poi, la memoria della Resistenza si è concentrata sulle formazioni di sinistra, e con la Guerra Fredda quella collaborazione tra parroci di campagna e partigiani comunisti divenne scomoda per tutti. Nel caso di don Gino ha pesato anche la distanza: espulso dalla provincia nel 1944, non è più tornato, e la memoria locale si è spenta. Io sono arrivato a lui attraverso le carte della Questura, della Prefettura e della Curia".

Simonetta Diversi, scene da un matrimonio con Don Mario (doto da gruppo Fb 'Rio Marina com'eremo')

Che cosa faceva, in concreto, durante la guerra?

"Era parroco a Rero, vicino a Tresigallo, e lavorava per il Comitato di Liberazione Nazionale. Insieme al dottor Walter Dolcetti e ad alcuni medici dell'Arcispedale Sant'Anna di Ferrara, tra cui i dottori Medini e Arlotti, procurava ai ragazzi chiamati alle armi farmaci che provocavano reazioni temporanee: alla visita venivano riformati e sfuggivano all'arruolamento. La canonica era un rifugio per partigiani, ricercati e militari sbandati dopo l'armistizio, che poi venivano smistati in luoghi più sicuri, anche grazie al canapificio dell'ingegner Lohengrin Malanca a Tresigallo. Sotto il palcoscenico del teatrino parrocchiale c'era un deposito di armi. Don Gino, infine, teneva la contabilità e amministrava i fondi del gruppo".

L'8 Novembre 1944 viene arrestato. Come si difese?

"I verbali dell'interrogatorio del 10 Novembre, condotto dal commissario Ciro De Santis, mostrano una linea precisa: negare tutto, per proteggere chi era ancora libero. Del cugino nascosto in canonica disse che era un militare convalescente, di un giovane partigiano, che era solo passato a chiedere aiuto e che lui aveva mandato al canapificio a cercare lavoro. Delle armi trovate, moschetti, pistole e munizioni, disse di non sapere nulla. Ma la perquisizione fece saltare fuori anche due libretti postali a saldo zero e fogli di calendario con annotazioni di 'dare e avere': la cassa della cellula partigiana".

E come si salvò?

"Grazie all'arcivescovo di Ferrara, Monsignor Ruggero Bovelli, che il 25 Novembre scrisse al capo della Provincia, il Prefetto Giuseppe Altini, chiedendo di lasciarlo partire subito per Torino. Il 27 Novembre don Gino uscì dal carcere con l'obbligo di lasciare la provincia entro ventiquattro ore e il divieto assoluto di tornarci. Bovelli scriveva che era pronto ad andarsene perfino in bicicletta, pur di chiudere quella vicenda. Prima di partire passò dall'Arcivescovado a ritirare i documenti per poter dire messa a Torino e una lettera di raccomandazione: fu accolto al Santuario della Consolata".

Don Mario dall'album dei ricordi di Annalisa Ricci (foto Fb, gruppo 'Rio Marina com'eremo')

Da Torino come arriva all'Elba?

"Avevo perso le sue tracce. Poi un fascicolo ritrovato in archivio dalla collega Miriam Turrini, con l'archivista Riccardo Piffanelli, ha chiarito tutto. Nel 1946 don Gino decise di non tornare nel Ferrarese. Bovelli si accordò con il vescovo di Massa Marittima, Faustino Baldini, e lui si trasferì a Piombino, cappellano della Venerabile Confraternita della Misericordia e insegnante di religione alla Scuola di avviamento commerciale. Lo raggiunse anche la sorella, che lasciò a sua volta il Ferrarese. Poi il passaggio all'Elba, a Rio Marina, dove rimase per il resto della sua vita pastorale come don Mario. Con Bovelli continuò a scriversi per anni, raccontandogli il suo ministero in Toscana. A parte l'indubbio vantaggio del clima, però, non mi è ancora del tutto chiaro perché abbia rotto in modo così netto con il passato, tanto da farsi chiamare Mario invece di Gino e da non tornare mai più".

A Rio, intanto, don Mario diventa uno di famiglia. Celebra ogni giorno nella piccola chiesa di San Rocco, la più amata dai parrocchiani, e riserva Santa Barbara, più grande, alle occasioni solenni. Battezza, comunica, sposa, accompagna all'ultimo saluto intere generazioni di riomarinesi. Basta scorrere i gruppi social dedicati alla vecchia Rio per ritrovarlo ovunque: nelle foto in bianco e nero dei battesimi, accanto agli sposi sul sagrato, in mezzo ai bambini della prima comunione, alle processioni. Sotto ogni immagine, a decine, i commenti di chi lo riconosce e lo ricorda con affetto. E restano gli onori: quella croce di Cavaliere del 1968, consegnata dal sindaco Gennai Tonietti, che i riesi ricordano ancora con orgoglio. 

L'articolo dello studioso ferrarese Paolo Gioachin uscito su "La Voce di Ferrara-Comacchio"

E c'è chi ne ha ancora in mente le battute. "Don Mario? Me lo ricordo bene, era modenese d'origine. Rammento una sua battuta, quando gli chiedevano come stava: Si Campiglia alla Venturis", racconta Giovanni Cerri, nipote di Erisia Gennai Tonietti. Un gioco di parole tra il "si campa alla ventura" e due paesi della Val di Cornia, Campiglia Marittima e Venturina, a due passi da quella Piombino dove era approdato prima dell'Elba. La memoria lo fa modenese, ma era ferrarese: segno, forse, di quanto poco parlasse delle sue origini.

Don Mario muore a Massa Marittima il 20 Dicembre 2001. Nel Novembre 2015 la giunta di Rio Marina guidata dal sindaco Renzo Galli gli ha intitolato la piazza davanti a Santa Barbara, all'ingresso del paese, per onorare "un parroco che a tutt'oggi è molto ricordato e amato". La cerimonia si è tenuta il 4 Dicembre, giorno di Santa Barbara, la festa dei minatori: la data più riese che ci sia. In quella foto del 1968, del resto, il destino aveva messo vicino due persone con un passato simile. 

Anche Erisia Gennai Tonietti, a Milano, nel Marzo del 1945, aveva nascosto ai fascisti un gruppo di ragazzi in fuga dalla leva. Due cattolici che in guerra avevano scelto da che parte stare e che si ritrovarono, a guerra finita, a servire lo stesso paese.

Restano le domande che Paolo Gioachin si pone ancora, che rivolge proprio ai riesi, domande che si augura possano trovare risposta, magari durante una giornata di studi dedicata al sacerdote partigiano. 

Don Mario parlava di Ferrara e delle sue origini? 

Raccontava qualcosa della guerra, delle armi sotto il palco, dei giorni in cella? 

In parrocchia si conservano diari, lettere, scritti suoi? 

Qualche anno fa lo studioso emiliano telefonò alla parrocchia di Rio Marina, ma il sacerdote che gli rispose disse di non sapere nulla di don Lazzari. Forse, tra le case di Rio, qualcuno ha ancora una foto, una lettera, un ricordo che possa aggiungere un tassello alla storia di don Gino, diventato don Mario.

Letizia Cini
© Riproduzione riservata