Interviste

Ridi: "Ritratti con l'IA? Manca la scintilla"

Il fotografo racconta "Elbani. Anima isolana": la luce, i protagonisti che si riconoscono, i social copia e incolla e il futuro tra giovani e donne

Roberto Ridi è nato all'Isola d'Elba nel 1959

Nel 1935 il nonno Primo aprì bottega in città, quando una fotografia era un avvenimento e per farsela scattare ci si metteva il vestito buono. Novantun anni dopo l'isola ne produce a milioni ogni estate, quasi tutte con un cellulare, e alcune senza che nessuno abbia mai premuto un pulsante. 

Roberto Ridi, professionista dal 1980, ha attraversato per intero questa rivoluzione: la camera oscura, il colore, il digitale, i droni. Poi ha scelto il genere più antico, il ritratto, per raccontare gli elbani uno per uno. Il volume che ne è nato, "Elbani. Anima isolana", è stato presentato sabato 10 ottobre al Centro culturale De Laugier. È arrivato mentre l'Elba fa i conti con una popolazione che invecchia e con i ragazzi che partono. Per questo la prima domanda che gli facciamo parte proprio dall’età di molti dei soggetti che ritrae nei suoi inconfondibili scatti. 

Edoardo Mazzantini, "Dado" - Da "Elbani. Anima isolana" di Roberto Ridi

Ridi, per quattro anni ha guardato in faccia gli elbani, paese per paese. L'isola sta invecchiando: lo ha visto anche nell'obiettivo?

"Direi di sì. Premetto però che questo progetto è nato per i giovani, prettamente per loro: vorrei passasse l'idea che le persone incontrate e ritratte sono le loro radici, qualcosa che non va mai dimenticato. La maggioranza dei fotografati ha una certa età perché abbiamo scelto chi ha fatto qualcosa per il territorio, chi lo rappresenta nel proprio campo. Persone segnalate dal territorio stesso: un progetto nato dal basso. Fra i ritratti ci sono anche quelli fatti a diversi giovani, e lo dico con un certo orgoglio. Ma i vecchi sono più belli".

Quando ritrae questa umanità, che cosa affiora che a occhio nudo, incontrando le persone per strada, non riusciamo a vedere?

"La cosa più evidente è lo spirito di appartenenza. Pensavo ce ne fosse meno, invece è ancora molto presente, molto forte. Poi, quando realizzi una serie di ritratti, devi stabilire una connessione con chi posa: a quel punto la persona si apre. È un atto di fiducia reciproco: per chi posa è fiducia, per me diventa la responsabilità di restituirla al meglio. E alla base di tutto, una grande ironia".

Cioè la capacità di prendersi un po' in giro?

"Esatto. Diversi personaggi si sono prestati anche oltre il limite: penso, ad esempio, ai due bagnini con scudo e lancia. Credo dipenda dal fatto che siamo isolani, abituati a vivere a stretto contatto con gli altri: quello scambio atavico si ripercuote nell'apertura che serve quando fotografi".

  

Luca Mazzarri e Antonio Selmi "Tonino" - Da "Elbani. Anima isolana" di Roberto Ridi

E loro come hanno reagito ritrovandosi nelle sue foto, alla mostra della Linguella e poi nel libro? Si sono riconosciuti?

"Sì, ed è ciò che mi fa più piacere, perché davanti a un ritratto la persona è sempre un po' critica con se stessa. Invece si sono riconosciuti tutti e sono stati contenti: la visione che ho avuto di loro coincide con quella che hanno di sé. Ancora una volta, lo scambio fra fotografo e fotografato è fondamentale".

Più facile che con il suo primo libro, nel 1990?

"Sì, oggi le persone si prestano di più. Anzi, ora è quasi una corsa a voler esserci: ci hanno segnalato tantissimi altri nomi, e qualcuno si è autosegnalato. Del resto nella mia idea il progetto non è destinato a finire: è in divenire, proprio per lasciare ai giovani una traccia visibile in un mondo che corre così veloce".

Che cosa le ha insegnato suo padre che nessun tutorial può insegnare? E che cosa sta passando a suo figlio Niccolò?

"La prima cosa che mi disse mio babbo è che un fotografo deve saper fotografare tutto: il paesaggio, il ritratto, la figura ambientata, la composizione, lo still life. Solo dopo aver sperimentato tutto capisci qual è la tua strada, quella in cui stai bene. È ciò che dico anche a Niccolò, mio figlio: quando fotografi devi stare bene. Poi servono impegno, costanza e una buona dose di autocritica. Ma tutto questo ha senso solo con la ricerca della luce: è la luce che parla e traduce. I neri, le zone scure, le luci danno equilibrio all'immagine; uno spazio vuoto lo riempi di nero, e non è mai banale".

 

Giovanni Lavorgna - Da "Elbani. Anima isolana" di Roberto Ridi

Un po' come Caravaggio, che di luce e di buio ha fatto un linguaggio?

"Mi fa molto onore. In effetti è una ricerca per trasmettere ciò che vuoi: è attraverso la luce che racconti, con la parte in ombra e quella messa in evidenza. E parto da un presupposto che molti trascurano: in ogni scatto c'è il fotografo, con il suo bagaglio culturale e la sua esperienza. Come in un articolo c'è il giornalista che lo scive (sorride, Ndr)".

Oggi tutti hanno una macchina fotografica in tasca, il cellulare. Questo moltiplicarsi di immagini che cosa aggiunge e che cosa toglie?

"Migliaia di immagini, ma pochi occhi. Si perde l'originalità. Il telefonino ha permesso a tutti di fotografare, ma se scrolli sui social, dove resto poco perché trovo il livello molto basso, salvo eccezioni, vedi un grande copia e incolla: si rinuncia alla propria visione per qualche like, per seguire un trend, una moda".

 

Luca Polesi - Da "Elbani. Anima isolana" di Roberto Ridi

Dove passa la differenza?

"Da dove vieni, chi sei. In una foto ci sono ciò che hai studiato, letto, i film che hai visto: la tua interpretazione. Una fotografia è sempre una lettura personale della realtà, perché decidi tu cosa mettere nel rettangolo e cosa lasciare fuori. Ho visto alcuni tentare di rifare mie fotografie, ma non è la stessa cosa: chi scatta lo fa perché in quel momento ha provato un'emozione, in quel luogo, a quell'ora, in quelle condizioni anche interiori. Non si riproduce. Copiando l'immagine di un altro rinunci alla tua visione".

Di recente proprio sui social è circolata una veduta di Porto Azzurro generata con l'intelligenza artificiale, accolta da una pioggia di commenti a dir poco...critici. Il fotografo che è in lei che cosa ha pensato?

"Per me è una mistificazione della realtà. Si capisce subito che non può essere una foto vera: guardando i particolari, le luci diverse, ne hai la conferma. Ma quella non è fotografia".

Quali rischi vede?

"Una mistificazione totale: non discernere più che cosa sia vero e che cosa no. L'immagine artificiale parte da immagini esistenti per crearne una artefatta, perché di questo si tratta. Nei concorsi internazionali in cui siedo in giuria, quando abbiamo un dubbio chiediamo il file originale".

Le è capitato di scoprire qualcuno che avesse alterato uno scatto?

"Raramente. Chi lo fa toglie qualcosa alla propria visione: realizzi una fotografia per trasmettere la tua interpretazione della realtà, e nel momento in cui la mistifichi, finisce lì".

Un volto come quelli del suo libro si può inventare con l'intelligenza artificiale?

"L’IA potrebbe anche crearlo, ma gli manca la scintilla, quella che sta negli occhi dei fotografati. E mi auguro che non ci riesca mai. Penso alla foto di copertina del mio ultimo libro, un ritratto che amo molto: in quegli occhi si legge perfino un leggero imbarazzo, un'umanità che non si duplica. È qualcosa di unico, perché è essere se stessi".

E lei, le sue immagini, le ritocca?

"Lavorando in digitale passo da Photoshop, ma non vado mai oltre: intervengo sulle luci, per riportare sul computer l'immagine che ho visto. Ciò che ho ritratto mi ha emozionato, e cerco di restituire la stessa emozione".

 

Belinda Biancotti - Da "Elbani. Anima isolana" di Roberto Ridi

Dopo "Elbani. Anima isolana", qual è il prossimo progetto?

"Questo lo porteremo avanti, e la parte che faremo crescere sono i video. Nel libro, tramite QR code, si trovano le nove interviste realizzate da Niccolò, e sono la stoccata al cuore: queste persone parlano con la loro umanità, con la loro semplicità, e ti trascinano nel loro mondo. Poi andremo oltre i confini dell'isola, con un progetto che avevamo fermato e che stiamo cominciando a rielaborare".

Roberto Ridi, narratore per immagini di molti luoghi oltre che della sua Isola, è nato all'Elba nel 1959

E se fra dieci anni rifacesse questo libro, chi ci troveremmo dentro?

"Mi auguro tanti giovani e tante donne. La parte rosa ci è un po' mancata, e invece molte potrebbero rappresentare il cambiamento di cui l'isola ha bisogno".

Come mai le donne sono state poche?

"Il libro è partito dal basso, non ci siamo autoimposti nulla. Abbiamo contattato chi il territorio lo vive da vicino, Comune, Pro loco, associazioni, e ci hanno indicato dei nomi. Infatti le personalità, tra virgolette, sono poche: abbiamo voluto rappresentare la quotidianità, perché in fondo l'anima isolana la trovi lì".

Letizia Cini
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