Si dice che i panni sporchi si lavino in famiglia. Alessandro Cavallo li lava per un'isola intera: lenzuola d'albergo, tovaglie di ristorante, la biancheria di matrimoni e di estati. Quando, nel Febbraio 2025, l'alluvione riempì di fango le case del capoluogo, la sua lavanderia, l'Ilva di Rio Marina, lavò gratis i panni delle famiglie colpite: bastava lasciare i sacchi con nome e numero di telefono, al resto pensava il suo personale.
Non è elbano, eppure dal 1993 non ha più lasciato lo Scoglio, e nella sua azienda lavorano anche detenuti della casa di reclusione di Porto Azzurro. Proprio in quel carcere l'abbiamo conosciuto, il 9 Ottobre, durante il Premio Castelli: da presidente del Lions Club Isola d'Elba consegnava a Licia Baldi una targa dedicata ai volontari, "una porta" verso un futuro diverso. Il Comune di Rio gli ha conferito la Santa Barbara d'Oro, riservata a chi dà lustro al paese. Abbiamo voluto conoscere l'uomo che c'è dietro l'imprenditore.
Dottor Alessandro Cavallo, da dove viene, e che cosa l'ha fatta innamorare dell'Elba al punto da rimanerci dall’ormai lontano 1993?
"Sono arrivato all'Elba quasi per caso. Vivevo a Torino, dove da tredici anni mi occupavo della vendita di macchine e impianti per l'edilizia industrializzata. Nel Luglio 1993 mio padre, che aveva fondato l'Ilva con un socio, si trovò all'improvviso senza un responsabile tecnico e mi chiese una mano. Quello che doveva essere un aiuto temporaneo è diventato un'opportunità, poi una passione: l'esperienza commerciale mi ha aiutato a far crescere l'azienda, quella tecnica a modernizzarla. Nel 1993 eravamo in 35, oggi in stagione arriviamo a 120. Ho avuto anche fortuna, soprattutto quella di incontrare persone straordinarie che hanno creduto nel progetto e condiviso con me impegno, sacrifici e soddisfazioni. Alcune sono arrivate, o stanno per arrivare, alla pensione dopo 33 anni insieme. Forse è questo che oggi mi emoziona di più: abbiamo costruito un'azienda, ma siamo anche cresciuti insieme, umanamente e professionalmente. A loro va il mio grazie più sincero".
In trent'anni ha visto cambiare l'isola dall'osservatorio di una lavanderia: che cosa racconta la biancheria di un'Elba che cambia?
"Siamo
cresciuti insieme all'offerta turistica elbana: lo sviluppo delle
strutture ricettive ha accompagnato il nostro. Col tempo abbiamo
imparato a gestire la stagionalità, una delle maggiori difficoltà
di chi lavora sull'isola. Ma non bastava: per contenere i costi e
restare competitivi abbiamo investito di continuo in tecnologia,
organizzazione ed efficienza. Questi investimenti, però, richiedono
volumi che il solo mercato elbano non garantisce più. Così abbiamo
allargato l'attività alla terraferma, dove oggi realizziamo circa il
30 per cento del lavoro. Sembra un controsenso, ma per restare
sull'isola abbiamo dovuto cercare lavoro anche fuori. Credo che
questo racconti bene le difficoltà, e insieme le possibilità, di
fare impresa in un territorio come il nostro".
Febbraio 2025, l'alluvione: che cosa ha visto, e che cosa l'ha spinta a dire "laviamo noi, gratis"?
"È stata un'iniziativa spontanea, ma non isolata. L'Elba ha conosciuto altri eventi calamitosi e ogni volta la nostra lavanderia si è messa a disposizione delle famiglie colpite, clienti o no. Nel 2025, forse grazie ai social, la cosa ha avuto più visibilità, ma per noi non era una novità. E non è stato un gesto solo mio. Io ho messo a disposizione impianti, macchine, energia e organizzazione; in alcune occasioni, però, ragazze e ragazzi che avevano già finito la stagione sono tornati al lavoro per gestire la biancheria, gli abiti e le tende che arrivavano ogni giorno. È l'aspetto più bello di tutta la vicenda. Quando vivi e lavori in un territorio da tanti anni ti senti parte della comunità, e se la comunità è in difficoltà ti viene naturale dare quello che puoi. Noi potevamo aiutare facendo ciò che sappiamo fare. E lo abbiamo fatto, tutti insieme".
All'Ilva lavorano anche detenuti di Porto Azzurro. Com'è nata questa scelta, e che cosa le hanno insegnato queste persone?
"All'inizio la motivazione è stata soprattutto pratica. Come molte aziende elbane faticavamo a trovare personale, e sapevamo che in carcere erano disponibili persone pronte a lavorare. Non avevamo previsto che la risposta a un'esigenza aziendale si sarebbe trasformata in qualcosa di molto più importante. Abbiamo visto questi ragazzi inserirsi nell'organizzazione, condividere gli obiettivi e stringere rapporti di collaborazione e affiatamento con i colleghi. È questo che mi ha colpito di più: non soltanto avere un'occupazione, ma diventare parte di una squadra, con le stesse responsabilità, gli stessi impegni e le stesse soddisfazioni degli altri. Lavorare fianco a fianco, sentirsi accettati per quello che si fa e non giudicati per il proprio passato: credo che questa normalità possa contribuire molto al loro reinserimento. Siamo partiti da una necessità e abbiamo scoperto un'occasione di crescita umana, per loro e per tutti noi".
Che cosa significa, per lei, essere un buon datore di lavoro su un'isola, dove tutti si conoscono e ogni posto di lavoro conta doppio?
"Significa anzitutto creare le condizioni perché l'azienda continui a esistere, cresca e garantisca nel tempo un'occupazione seria. All'Elba è particolarmente difficile. Il primo problema è trovare personale: negli ultimi tre anni abbiamo dovuto acquistare tre appartamenti, dove oggi ospitiamo fino a 15 lavoratori. Poi la stagionalità: il fabbisogno di personale segue il turismo, con oscillazioni fortissime, e il legislatore non sempre ne tiene conto, rendendo complicate assunzioni e riduzioni d'organico. Infine i costi dell'insularità. Si parla molto di continuità territoriale, ma le imprese elbane non possono competere alla pari con quelle della terraferma: se i trasporti pesano così tanto, crescere e restare competitivi diventa difficile. Trovo poco comprensibile che le agevolazioni per la mobilità dei residenti non valgano anche per le imprese che qui producono, investono e creano lavoro. Non chiediamo privilegi, ma una continuità territoriale che riguardi anche le aziende. Un'isola che vuole continuare a vivere non può pensare soltanto al turismo".
I Lions hanno raccolto fondi per la Dolphin Elba Baskin, l'associazione sportiva dilettantistica che fa giocare nella stessa squadra atleti con e senza disabilità, e hanno premiato il volontariato in carcere. Per lei che cosa vuol dire "servire"?
"Il nostro motto, We Serve, va oltre il singolo gesto di solidarietà. Uno dei valori più importanti dei Lions è la capacità di riunire persone diverse, far nascere amicizie e il desiderio di impegnarsi insieme per qualcosa che superi gli interessi personali. La solidarietà nasce anche dalla socialità, dal piacere di stare insieme e dalla consapevolezza di appartenere a qualcosa di più grande. Quando si condividono questi valori, dedicare tempo ed energie agli altri diventa naturale. È lo spirito che vorrei coltivare durante la mia presidenza: un impegno serio e concreto, ma anche più occasioni di incontro e di convivialità, coinvolgendo le famiglie dei soci. Il Baskin e il riconoscimento ai volontari del carcere sono esempi di ciò che possiamo realizzare insieme".
Se potesse fare un regalo all'Elba, quale sarebbe?
"Una visione condivisa del suo futuro. L'isola ha risorse e opportunità straordinarie, ma manca una programmazione complessiva che superi i confini dei singoli comuni. Dovremmo chiederci come la vogliamo fra vent'anni e cominciare a costruirla oggi. Un esempio: l'Elba è sempre più meta di appassionati di ciclismo e mountain bike, eppure non esiste un progetto condiviso fra i comuni per una rete di percorsi che colleghi e valorizzi il territorio, anche in bassa stagione. Lo stesso vale per tante risorse naturalistiche, storiche e culturali non sempre accessibili ai visitatori. Servono progetti concreti e già pronti, da presentare quando si aprono i bandi regionali, nazionali o europei: non si può cominciare a pensarci quando arrivano i fondi. E bisogna allungare davvero la stagione, dando motivi per venire qui anche fuori dall'estate: vorrebbe dire più continuità per il lavoro, per le imprese e per la vita stessa dell'isola. Mi piacerebbe che imparassimo a pensare un po' meno come sette comuni e un po' di più come un'unica isola".