Un nome inciso su una targa, ripetuto negli atti ufficiali, stampato in questi giorni sugli inviti di un premio letterario. Casa di reclusione "Pasquale De Santis": a Porto Azzurro lo leggono tutti, quasi nessuno sa a chi appartenga. Eppure dietro quelle due parole si nasconde uno degli episodi più drammatici, e meno raccontati, della guerra all'Elba.
È l'11 Settembre 1943. Da tre giorni l'Italia ha firmato l'armistizio, sull'isola arrivano ordini contraddittori, i tedeschi non sono ancora sbarcati e nessuno sa più chi comandi. Dentro il penitenziario di Porto Longone, come allora si chiamava il paese, centinaia di ergastolani e reclusi capiscono che il momento è propizio. Il piano, ricostruito nel volume "Eroi senza volto" e rilanciato dall'associazione Elbafortificata, è studiato nei dettagli.
Verso le 13, nell'ora in cui il carcere cede alla sonnolenza, un detenuto addetto alla rilegatoria si presenta in portineria con alcuni libri da consegnare. Con sé ha una grossa lima. Deve colpire l'agente di guardia, prendergli le chiavi e aprire la stanza accanto, dove sono custoditi una cinquantina di moschetti. Armati, i rivoltosi avrebbero liberato i compagni e raggiunto il porto, le barche, la terraferma.
In portineria quel giorno siede l'appuntato Pasquale De Santis, teramano, classe 1907, da sedici anni nel Corpo degli agenti di custodia e, secondo la stampa della sua città, padre di quattro figli. Si china sui libri, e la lima lo raggiunge alle spalle. Ferito a morte, non cede: si aggrappa all'aggressore, gli contende le chiavi e l'accesso all'armeria. Oltre il cancello, chiuso dall'interno, i colleghi accorsi al rumore assistono senza poter intervenire. Con l'ultimo sforzo De Santis si trascina fino alla serratura e apre. Cade solo allora. L'evasione è fallita.
La lapide murata all'ingresso negli anni Cinquanta lo ricorda con le parole asciutte dell'epoca: "Raggiunto, con disperata volontà, il cancello interno, riusciva ad aprirlo ai commilitoni spettatori impotenti della selvaggia aggressione. Si abbatteva al suolo, esempio mirabile di volontario sacrificio".
Lo Stato ha impiegato
più tempo. La Medaglia d'oro al merito civile alla memoria porta la
data del 31 Maggio 2005, sessantadue anni dopo. La motivazione,
conservata negli archivi del Quirinale, parla di "mirabile
esempio di spirito di servizio ed altissimo senso del dovere, spinti
sino all'estremo sacrificio". In seguito il forte di San
Giacomo, sede del penitenziario, ha preso il suo nome.
Cinque
giorni dopo quel pomeriggio, il 16 Settembre, le bombe tedesche
sarebbero cadute su Portoferraio e l'isola avrebbe cambiato padrone.
Che cosa sarebbe accaduto con centinaia di evasi armati in un'Elba
senza autorità, nessuno può dirlo. Di certo un uomo solo, in una
stanza chiusa, decise che non sarebbe successo.
Venerdì 9 Ottobre, alle 14, quel nome tornerà a risuonare per un'occasione molto diversa. La casa di reclusione ospita la cerimonia del Premio Carlo Castelli, il concorso letterario nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli riservato alle persone detenute: 67 i partecipanti di questa diciannovesima edizione, chiamati a immaginarsi volontari in carcere. A condurre l'incontro sarà Alessandro Ginotta, responsabile dell'Ufficio di Comunicazione della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV.
Per l'istituto diretto da Martina Carducci è, come ha detto l'educatrice Ivana Stromillo, "un bel ritorno a casa": la prima edizione si tenne proprio qui, nel 2002. Alla presentazione del Premio, nei giorni scorsi, il giurato Vincenzo Varagona ha auspicato che in futuro il dialogo tra carcere e società dia spazio, accanto ai detenuti, anche agli agenti di polizia penitenziaria. A Porto Azzurro uno di loro quello spazio lo occupa già, sulla targa d'ingresso. Meritava che qualcuno tornasse a raccontare perché.