In occasione della Giornata internazionale della donna, che si celebra oggi, 8 Marzo, pubblichiamo un articolo che racconta la storia molto particolare di una donna nella Terra di Rio nel 1600. L'articolo è di Gloria Peria, direttrice della Gestione Associata degli Archivi storici comunali dell’Isola d’Elba.
Qui di seguito pubblichiamo l'articolo completo.
Margherita Bonci, Medichessa della Terra di Rio nel 1660
Nel tardo Medioevo, all’uomo, già detentore del potere, si apre anche l’orizzonte della scienza mentre alla donna è negata qualsiasi dimensione pubblica; le femmine raramente governano o ricoprono cariche importanti e sicuramente non insegnano né praticano mestieri detenuti esclusivamente da uomini.
“ […] Non dovevano imparare né a leggere né a scrivere se non per diventare monaca, perché dal leggere e dallo scrivere delle donne molti mali sono venuti..” scriveva Filippo da Novara nel 1300.
Il sensibile e progressivo sviluppo economico che si diffonde gradualmente in tutta l’Europa accompagna una timida affermazione della figura femminile. Solo uno sparuto numero di donne può, però, fregiarsi di un qualche titolo accademico rilasciato dalle prime Scuole di Medicina sorte intorno al 1300, la maggior parte si inserisce nell’ambiente sanitario praticando la medicina e la chirurgia come empiriche, forti del sapere ereditato dalla famiglia e dall’ambiente in cui sono cresciute.
In assenza di eredi maschi, infatti, una moglie o una figlia potevano raccogliere l’eredità del mestiere esercitato dal padre o dal marito. Non si trattava di fattucchiere o di levatrici — mestiere esclusivamente riservato alle donne non essendo permesso ai maschi di occuparsi di problemi genitali femminili — ma di vere e proprie medichesse pratiche nelle malattie più diffuse.
Dopo la metà del XV secolo la figura della medichessa scompare un po’ in tutta Europa lasciando il posto alle sole levatrici.
La scomparsa della figura della medichessa è legata probabilmente a tutta una serie di preconcetti culturali che trovano la massima espressione nel fenomeno della caccia alle streghe, iniziata intorno al 1200 come persecuzione delle donne accusate di pratiche esoteriche rivolte ad ottenere malefici e concentratasi nel 1400 in tutta Europa in modo estremamente violento.
A loro volta, i preconcetti culturali vanno cercati in un complesso di cause, una delle quali si può far risalire all’adorazione della Grande Madre, divinità nota sin dal neolitico ma all’apice della devozione nella civiltà minoica e forse ancora rintracciabile nel culto contadino della Signora del gioco, che resuscita gli animali morti, rilevato in età medievale e moderna anche in Toscana. Culto che vede al centro dell’universo la figura femminile, un archetipo di grande ed ambivalente potenza, distruttrice e salvatrice, nutrice e divoratrice. La sostanza femminile identificata con la natura stessa.
La stretta comunanza della donna con la natura, connaturata nel suo ruolo di guida della famiglia e in senso più allargato della società, la sua conoscenza dei rimedi naturali per curare le malattie, la capacità di conservazione, aiuto reciproco e condivisione, ad un certo punto della storia hanno minacciato il potere dell’autorità maschile, in particolar modo di quella ecclesiastica che, con il sospetto della stregoneria, ha perpetrato terribili persecuzioni nei confronti delle donne fino a tutto il secolo XVII.
Il Malleus Maleficorum, una sorta di manuale dell’inquisitore, così descriveva i poteri attribuiti alle streghe:
“ [...] uccidono il bambino nel ventre della madre, così come i feti delle mandrie e dei greggi, tolgono la fertilità ai campi, mandano a male l’u8va delle vigne e la frutta dagli alberi; stregano gli uomini, donne, animali da tiro,mandrie, greggi ed altri animali domestici; fanno soffrire, soffocare e morire le vigne, piantagioni di frutta, prati, pascoli, biada, grano ed altri cereali; inoltre perseguitano e torturano uomini e donne attraverso spaventose e terribili sofferenze e dolorose malattie interne ed esterne; e impediscono a quegli uomini di procreare e alle donne di concepire […]”.
Come si può ricavare dalla lettura del passo del Malleus, le levatrici e le donne che praticavano la medicina popolare, incarnavano perfettamente il sospetto di pratiche magiche.
I bambini appena nati e soprattutto quelli non battezzati, rappresentavano secondo le credenze popolari, il miglior ingrediente per realizzare potentissime pozioni magiche, preparate per causare addirittura la morte del malcapitato che ne facesse uso. La mortalità infantile era molto alta e nessuno più delle levatrici aveva migliori opportunità per uccidere i bambini. E in effetti non c’è dubbio che li uccidessero spesso, per ignoranza o per inettitudine ovviamente, ma non erano questi i motivi che l’opinione pubblica percepiva.
Fatto sta che la principale accusata nei processi di stregoneria era la levatrice del villaggio, figura sulla quale, quasi sempre, si concentrava anche la conoscenza delle cure attraverso i rimedi naturali ed empirici.
In questo drammatico contesto, la presenza di una medichessa nella Terra di Rio del secolo XVII, testimonia la tolleranza e, se vogliamo, anche l’assenza di pregiudizi nei confronti delle donne, presente nell’Elba governata dai Signori Boncompagni Ludovisi.
Nel Registro dei Partiti degli Anziani della Comunità, conservato nell’Archivio Storico del Comune di Rio nell’Elba, in un documento del 1660 si legge testualmente:
“ […] Alzatosi in piedi il castellano Michele Caraci uno di detti consiglieri ottenuta la solita licentia dal signor Commissario e dalli Magnifici padri Anziani disse che ritrovandosi in questa terra di rio donna Margherita Bonci la quale essendo pratica nell’arte della Cerusicheria e avendo fatto molti simili a questa Comunità nella sua arte e particolarmente a donne le quali confidano più volentieri e si espongono a essere medicate più volentieri da una essa donna Margherita che dal Chierusico et essendo questa una buona comodità dice e consiglia parergli bene… assegni alla suddetta Donna Margherita uno scudo il mese et la medesima sia obbligata andar per tutto dove sarà chiamata et particolarmente alle donne inferme et in tutte le altre condizioni nelle quali serve il Chierusico et parendo alle Signorie vostre vada a partito […]” .
Per oltre dieci anni la presenza di Margherita è segnalata nei documenti contabili dove è classificata come chirurga e retribuita regolarmente dalla Comunità con un salario mensile, seppur inferiore a quello di un collega chirurgo, anch’esso Bonci, forse il padre della donna.
Da questa lettura si deduce che Margherita non è abilitata alla medicina dall’aver frequentato una scuola specifica ma da una pratica, probabilmente acquisita dal padre e tanto egregiamente applicata da farle meritare la fiducia dell’intera comunità e non solo delle donne.
La particolarità di questo atto consiste proprio nella sua contraddizione alle diffuse credenze e superstizioni dell’epoca: la medichessa viene addirittura pagata per la sua arte che è autorizzata a praticare in qualsiasi occasione in cui serva un Cerusico, cioè un medico abilitato.
L’antica Terra di Rio ha espresso, in questa occasione, un’attenzione coraggiosa verso la figura della donna nella sua duplice veste di appartenente alla Comunità e di detentrice della capacità di essere utile, grazie alla propria “arte”, al sollievo della Comunità stessa.
L'articolo è stato pubblicato per la prima volta nel notiziario del Comune di Rio nell’Elba, “L’InformaRio” n. 1, Giugno 2010.
Della storia di Margherita Bonci, Gloria Peria ha inoltre scritto all’interno del libro “Tra il rigore della legge e il vento della storia. La condizione delle donne all’Isola d’Elba tra il XVI e il XVIII secolo”, pubblicazione realizzata dal Comune di Rio nell’Elba nel 2012, nell’ambito di un progetto legato alla cittadinanza di genere, allora ente capofila delle Pari Opportunità dei Comuni elbani.