L'isola d'Elba protagonista di ArcheoVinum come testimonianza viva di un rapporto con l'archeologia che non è ornamento, ma sostanza produttiva e culturale.
Sabato 28 Febbraio, nell'ambito di tourismA - Salone Archeologia e Turismo Culturale a Firenze, si terrà la prima edizione di ArcheoVinum, convegno promosso dall'Università di Bari e dedicato al rapporto tra patrimonio archeologico e produzione vitivinicola in Italia. Tra i casi più eloquenti di questa alleanza tra terra, memoria e vino figura l'Azienda Agricola Arrighi di Porto Azzurro protagonista ad ArcheoVinum come testimonianza viva di un rapporto con l'archeologia che non è ornamento, ma sostanza produttiva e culturale.
L'azienda infatti ha scelto di vinificare in anfora. L'anfora in terracotta, materiale naturale per eccellenza, permette al vino di evolversi preservando l'identità dell'uva e restituendo con fedeltà le caratteristiche del terroir. È in questo solco che si inscrivono i vini Arrighi: prodotti che portano nel calice non soltanto il sapore di una terra, ma la memoria di chi quella terra la lavorava duemila anni fa. Esempi sono; il Valerius, I.G.T. Toscana bianco in anfora, ottenuto da ansonica in purezza; Hermia, I.G.T. Toscana bianco da Viognier in purezza, anch'esso fermentato e affinato in terracotta; Nesos, un vero e proprio esperimento enologico ispirato alle scoperte archeologiche legate al vino degli dei prodotto duemilacinquecento anni fa dagli antichi greci sull'isola di Chio frutto di una ricerca enologica condotta in collaborazione con il professor Attilio Scienza dell'Università di Milano e con la professoressa Angela Zinnai dell'Università di Pisa, adesso viene prodotto in una tiratura limitata di 270 bottiglie numerate.
Il percorso dell'azienda trae spunto dagli scavi della villa romana di San Giovanni, nella rada di Portoferraio che hanno portato alla luce una serie di anfore vinarie e, in particolare, i cosiddetti dolia defossa: grandi vasi interrati, ciascuno capace di contenere oltre mille litri. I cinque dolia rinvenuti potevano raccogliere complessivamente circa 6.000 litri di vino - una testimonianza inequivocabile di una vocazione enologica insulare di lunghissima data.
Il convegno intende dunque esplorare un fenomeno in crescita nel panorama italiano: la convergenza tra patrimonio archeologico e produzione enologica di qualità.