Non è "un'estate strana". È il clima che ha cambiato marcia, e il mare che ci circonda ne sta pagando il prezzo per primo. Serena Giacomin, fisica dell'atmosfera e direttrice scientifica di Italian Climate Network, abituale frequentatrice della spiaggia di Naregno a Capoliveri, lo spiega senza giri di parole: il Mediterraneo si scalda, perde la sua funzione di "termostato naturale", e le conseguenze arrivano dritte sulle nostre coste - notti roventi, piogge impattanti, mareggiate più violente, spiagge che arretrano.
Per un'isola come l'Elba, capire cosa ci aspetta tra un inverno e l'altro non è più curiosità, è sopravvivenza. Le abbiamo chiesto di guardare al futuro, tra meteo, clima e scelte da fare oggi.
Partiamo dal mare che abbiamo intorno: quanto si è scaldato il Mediterraneo negli ultimi anni e cosa significa concretamente per un'isola come l'Elba, tra temperature dell'acqua record d'estate e mareggiate che sembrano sempre più violente in autunno-inverno?
"Il mare troppo caldo è un problema per tutti, ma per un'isola lo è ancora di più. Restiamo all'attualità: l'estate 2026 ha portato il Mediterraneo occidentale a temperature superficiali da record, con punte che hanno superato i 33°C nelle acque al largo delle Baleari il 5 agosto, mentre anche il Tirreno si è stabilizzato su valori tra 27 e 30°C, con anomalie tra +2 e +6°C rispetto alla climatologia mediterranea. Chi ha fatto il bagno quest'estate se n'è accorto: l'acqua ha quasi smesso di rinfrescare nelle giornate di piena canicola. Ma il problema vero non è il disagio balneare, è ecosistemico. Un mare più caldo altera tutti i legami tra gli ecosistemi marini e terrestri, compresi quelli antropici, e perde la sua funzione mitigatrice, quella capacità di mitigare il caldo atmosferico che per secoli ha reso le estati costiere più vivibili. Fauna e flora marine, dal canto loro, vanno in sofferenza diretta. Il legame con le mareggiate è fisico e diretto: un mare più caldo è un mare con più energia a disposizione delle perturbazioni in transito e dei singoli temporali di instabilità. Più energia significa perturbazioni più intense, non solo più pioggia, ma anche vento più forte, e quindi mareggiate più violente".
La costa toscana perde terreno: alcuni tratti hanno arretrato anche oltre cento metri in vent'anni. Quanto di questa erosione è imputabile al cambiamento climatico e all'innalzamento del livello del mare, e quanto invece dipende da fattori locali (foci dei fiumi, opere portuali, cementificazione)?
"L'erosione della costa toscana è un fenomeno fortemente locale, difficile da racchiudere in un quadro unico: dipende da piogge, perturbazioni, correnti, modifiche antropiche lungo i fiumi e alla foce, opere portuali, cementificazione. A livello geofisico esisterebbe un ciclo naturale di apporto e asportazione dei sedimenti che dipende solo in parte dal cambiamento climatico e dall'innalzamento del mare. Un tema da trattare con attenzione: chi vive un territorio come l'Elba lo conosce meglio di chiunque. Forse la cosa più utile sarebbe superare la dicotomia "è colpa del clima/non lo è": cambiamento climatico e innalzamento del mare non creano l'erosione dal nulla, ma esasperano problemi già esistenti, motivo in più per una pianificazione territoriale seria e mirata".
Guardando all'inverno che ci aspetta: cosa possiamo dire oggi, con la prudenza che la scienza richiede, sulle tendenze stagionali per la Toscana e per il Tirreno? Dobbiamo aspettarci un inverno più mite e piovoso a tratti, con episodi estremi concentrati, o scenari diversi?
"Su autunno e inverno la risposta più onesta è che una previsione deterministica, a questa distanza, non è possibile: l'affidabilità delle previsioni resta molto alta solo a pochi giorni di distanza, poi decade rapidamente. Per sapere davvero cosa vivremo nelle settimane autunnali e invernali occorre aspettare che il tempo passi. Quello che possiamo dire, sulla tendenza climatica generale, è che stiamo andando verso autunni sempre più ricchi di eventi estremi — coerente con l'energia in gioco di cui parlavo rispondendo alla prima domanda — e verso inverni sempre più poveri di neve. Un problema che non resta confinato alla stagione fredda: si trascina poi per tutto l'anno, e si sente soprattutto d'estate, quando manca l'acqua di fusione che un tempo alimentava fiumi e falde. Inverni difficili anche per i ghiacciai, che di quella neve hanno bisogno per sopravvivere. A complicare il quadro di quest'anno c'è poi la variabile El Niño, che si sta rinforzando con decisione. I suoi effetti su scala globale, Mediterraneo compreso, si osserveranno comunque solo nei prossimi mesi: il legame non è diretto ma passa attraverso le cosiddette teleconnessioni, che si affievoliscono via via che ci si allontana dal Pacifico, dove si verifica El Niño".
Le "bombe d'acqua" e i nubifragi che colpiscono a macchia di leopardo la costa toscana e le isole sono ormai la norma piuttosto che l'eccezione. Cosa cambia, dal punto di vista fisico, tra la pioggia di una volta e questi fenomeni concentrati e violenti che mettono in crisi torrenti e fossi non dimensionati per quei volumi?
"Questa domanda mi dà l'occasione di chiarire una cosa: "bomba d'acqua" e nubifragio non sono due fenomeni diversi. "Bomba d'acqua" non è una definizione tecnica, è un'espressione nata in ambito comunicativo e giornalistico per descrivere piogge improvvise e intense, che dal punto di vista scientifico sono semplicemente nubifragi, fenomeni che per loro natura sono già intensi. Stiamo parlando della stessa cosa. Quello che sta davvero cambiando è la frequenza e l'intensità: i nubifragi diventano più probabili, e soprattutto più forti, con piogge che arrivano all'improvviso, concentrate, spesso abbondanti, e per questo più impattanti sul territorio. Dal punto di vista fisico, il cambiamento tra "la pioggia di una volta" e questi fenomeni ha un nome preciso: capacità di un'atmosfera più calda di contenere più vapore acqueo, circa il 7% in più per ogni grado di riscaldamento, quindi più acqua precipitabile. Con la stessa parola chiave di prima: energia. Un'atmosfera più calda, alimentata anche da un mare più caldo, ha più energia e più umidità a disposizione: le celle temporalesche crescono più rapidamente, scaricano più acqua in meno tempo, sulla stessa area. Per questo torrenti e fossi dimensionati su una climatologia più mite vanno in crisi: non è cambiata la pioggia in sé, è cambiato il volume d'acqua che deve smaltire in pochi minuti o ore".
Adattamento: al di là dei grandi piani nazionali, cosa può fare concretamente un territorio piccolo e insulare come l'Elba per proteggersi — penso alla gestione delle spiagge, alla cura del verde contro gli incendi, alla rete idrica in un'isola che soffre già di stress idrico estivo?
"Adattamento è una parola che dovremmo imparare a guardare come un'alleata, una parola che ci spinge a ritrovare un rapporto con l'ambiente che ci circonda, naturale o in parte antropico, che in gran parte abbiamo perso. Forse è proprio in un luogo come l'Elba che questo legame con la natura si può ritrovare più facilmente. Ma nel frattempo abbiamo perso la capacità di riconoscere i rapporti causa-effetto: tra un meteo che diventa inevitabilmente sempre più estremo, un contesto climatico che fatichiamo a riconoscere come quello di un tempo, e la gestione quotidiana di risorse fondamentali come le spiagge, il verde, l'acqua. Adattamento è tante cose insieme, e questo può sembrare un limite — allontana dall'avere un quadro preciso e univoco di "cosa fare" — ma è anche, e soprattutto, una ricchezza: adattamento sono i grandi piani nazionali, ma sono anche tantissime azioni concrete che possiamo mettere in campo da subito per rendere il nostro contesto più resiliente a questa estremizzazione climatica. Come farlo, onestamente, è difficile dirlo in poche righe: l'adattamento per sua natura è cucito su misura sulla realtà in cui si applica, e quello che funziona per l'Elba non è necessariamente ciò che funziona altrove. Quello che possiamo fare tutti, però, è tornare a considerare prevenzione e adattamento come priorità nella nostra vita quotidiana, non solo perché riducono il rischio a cui siamo esposti, ma perché aumentano il nostro livello di sicurezza e, con esso, la qualità della vita".
Se dovesse indicare l'orizzonte a vent'anni per le nostre coste e le nostre isole, cosa vede: uno scenario ancora gestibile con scelte tempestive di mitigazione e adattamento, o un cambiamento talmente rapido da imporci di ripensare radicalmente il modo in cui viviamo il rapporto con il mare?
"Credo che il modo in cui viviamo il nostro rapporto con il mare debba cambiare in maniera imprescindibile. E questo non significa rinunciare a qualcosa: significa, tutto sommato, riprendersi qualcosa in mano. Allo stesso tempo, le scelte tempestive di mitigazione e adattamento restano assolutamente fondamentali. Mitigazione vuol dire riduzione delle emissioni di gas climalteranti, dentro una strategia nazionale condivisa e portata avanti con determinazione, anche perché è — dovrebbe essere — un desiderio comune: nessuno di noi vuole vivere in un mondo dal clima così estremizzato, dato che tutto dipende dal clima in cui viviamo, non solo il turismo ma anche l'agricoltura, la produzione e molto altro. Adattamento, come dicevamo, è quell'insieme di azioni che hanno come obiettivo prioritario la riduzione degli impatti dell'estremizzazione climatica. Penso, per restare sugli ecosistemi marini, alla gestione delle spiagge, alla tutela dei sistemi dunali, alla cura del verde. Su come andrà, oggi sono piuttosto pessimista rispetto alla nostra reale capacità di azione in vent'anni. Ma c'è anche una parte di me che continua a pensare che i nostri margini di miglioramento siano talmente ampi da lasciare spazio a un cambio di rotta, se sapremo — come collettività — trasformare quel pessimismo in urgenza, invece che in rassegnazione".