Attualità

Il ricordo don Mazzi e il suo insegnamento

La scomparsa del sacerdote fondatore di Exodus ha destato cordoglio in tutta l'isola dove sono stati attivati vari progetti per i giovani

Don Antonio Mazzi

La scomparsa di don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus e persona sempre in prima linea per le persone in difficoltà e in particolare per i giovani, ha suscitato cordoglio anche all'Elba dove è presente la sede La Mammoletta che fa parte di Exodus.

"La Fondazione Isola d’Elba condivide con Marta Del Bono, Stanislao Pecchioli, i ragazzi e gli educatori della “La Mammoletta”, sede elbana della Fondazione Exodus, il dolore per la scomparsa del suo fondatore Don Antonio Mazzi, un “maestro” che ha dedicato la sua vita ai giovani in difficoltà ed alle persone  che bussavano alla sua porta, con generosità e cuore aperto. L’affetto per Stanislao e Marta, che da quarant’anni seguono il suo esempio e l’amore per l’Isola, per la sua bellezza ma anche per la sua fragilità, è testimoniato dalle frequenti visite di Antonio Mazzi alla Mammoletta. - si legge in una nota della Fondazione Elba - Con lui sono state affrontate disavventure e progetti visionari che hanno coinvolto tutta l’Isola nel nome della solidarietà e dell’inclusione".

"La nostra Fondazione ha condiviso con la Fondazione Exodus numerosi progetti  di valenza sociale e culturale, prendendo spunto dall’insegnamento di Don Mazzi, a partire dall’intuizione che  l’  “andar per mare”, può essere svago ma anche metodo educativo e sportivo, oltre che metafora della vita. Con loro abbiamo realizzato, fra gli altri, il progetto “Cambio di Rotta” che continua ad essere condiviso con le scuole elbane ed altre associazioni. Con la collaborazione di Cesvot ed altri ETS elbani sono in corso nuovi programmi che coinvolgeranno la cittadinanza, partendo da un’analisi delle fragilità dell’Isola, alla ricerca di possibili soluzioni. Siamo convinti che creando una rete solidale e collaborativa fra istituzioni, imprese e Terzo Settore  sia possibile costruire un progetto di futuro che metta al centro i giovani e le fasce più fragili della comunità elbana. Le parole di Don Mazzi tracceranno la rotta da seguire", conclude la Fondazione Elba. 

"Per realizzare i sogni bisogna prima sognarli, mai lasciarli nel cassetto. Sono vivi ed hanno bisogno di essere nutriti, coltivati, curati. Don Antonio Mazzi lo faceva attraverso il “cammino”, attraverso un “fare” che era consapevolezza e progetto, organizzando incontri e missioni impossibili. Tutto può accadere, se si salva la purezza, la gentilezza, la cura. “C’è speranza  - diceva Antonio Mazzi - fino a quando il personaggio non divora l’uomo”. 

Lo scrive Patrizia Lupi, direttrice della Fondazione Elba. "L’insegnamento del “Don” era esempio, pratica, parola, cammino, deserto. Un dialogo interiore per rifiorire dal dentro, imparando a riconoscersi senza sconti, senza scuse, ripartendo dal silenzio, da un io profondo, quello più fragile. Apparentemente più fragile, a volte mutilato, ma coraggioso nel momento stesso in cui si disvela per diventare nuovo inizio, ripartenza, creatività, soluzione. - prosegue - Un io ancestrale capace di salvarci dall’egoismo per dedicarci alla cura di qualcun altro. Il nostro io genuino, bambino, a volte segnato da ferite inascoltate, ma che è inalienabile: ci può dannare oppure riempirci d’amore. Per noi stessi e per il mondo nel quale siamo immersi. Noi siamo natura. Antonio Mazzi condivideva con i suoi ragazzi e gli educatori la follia dei giusti, dei coraggiosi, di chi continua ad indignarsi. Di chi crede che insieme, nell’impegno, nella gentilezza, nella fermezza, nella tenacia, abiti l’unico futuro desiderabile, quello di un’ umanità  capace di specchiarsi negli occhi degli altri per riconoscersi e comprendere. Per aiutare, ma non con il bonismo di chi si sente di averla fatta franca e di essere scampato al pericolo del “male di vivere”. Di chi fa elemosine, quasi per scaramanzia, elargendo per esorcizzare la paura del fallimento"".

"Solidarietà, prima di tutto, ci vuole. Ed ascolto, assenza di giudizio, parole che fanno bene, orecchie che soffrono quando ascoltano storie di abbandoni e violenze. E Don Mazzi di storie difficili ne ha convissute tante. Ma chi non ha una storia difficile? Riconoscerla, riconoscersi, raccontarla, condividerla, rende il cammino più leggero. A volte la soluzione sta nei piccoli gesti,  in un abbraccio, nel tornare a guardarsi negli occhi e accorgersi di quanto sono belli quelli dei ragazzi che vivono nelle Comunità della Fondazione Exodus. Occhi neri d’ematite, marroni di muschi e terre profumate, limpidi e curiosi come i fondali marini, guizzanti come scoiattoli, verdi di respiri e praterie, gialli felini e accesi di gocce di sole. Occhi che hanno visto troppo senza capire, ma capaci di guardare ancora l’orizzonte, di immergersi liquidi nel ventre delle madri  e ricominciare dal primo atto d’amore che li ha generati. Ho conosciuto Don Mazzi alla “Mammoletta”, la sede elbana della Fondazione Exodus. Stanislao Pecchioli e Marta Del Bono, da oltre 40 anni interpretano su quest’Isola, e mettono in pratica senza risparmiarsi, il suo insegnamento. Credo che abbiano imparato molto, con la pazienza di chi non può più fare a meno di prendersi cura di chi chiede aiuto.  Incomprensioni, delusioni, scarsa riconoscenza, assenza di risposte, abbandoni, credo che abbiano affrontato tutto quanto si incontra vivendo. Con quella dose di “follia” che ci permette di tornare alla nostra vera essenza. Quella dei sogni, che non hanno niente a che vedere con la ragione. Quella che più si avvicina al divino.  - conclude Lupi - Credo che quell’Elba generosa che conosce fatica e resilienza, debba fare propri i sogni e la follia di Don Mazzi, di Marta e Stanislao, raccogliendosi stretta intorno alla Comunità della Mammoletta. Quei ragazzi sono figli degli errori che abbiamo commesso come umanità. Le dipendenze non sono solo da sostanze. La povertà non è solo economica. Il dolore è strisciante come le meduse. Sta a noi farsi “testuggine”, tutti insieme, e tendere le mani per portarli al riparo".