Barba bianca, occhi chiari come l'acqua dell’Elba, mani segnate da una vita passata tra cime, bombole e motori. Alfredo Guglielmi, per tutti "il Corsaro", racconta ancora seduto al lungo tavolo del suo Centro Sub su cui ha pranzato con gli amici. Nella stanza accanto, muri tappezzati di fotografie, adesivi, ritagli di giornale. Sono i ricordi di un'epoca in cui l'apnea teneva il mondo col fiato sospeso. Da oltre quarant'anni quest’uomo ruvido ma dai modi gentili è l'anima del circolo che porta il suo soprannome.
Da qui ha accompagnato tre campioni verso una lunga serie di record mondiali: Jacques Mayol, Angela Bandini e Umberto Pelizzari. Nel centro di Pareti, comune di Capoliveri, funziona anche una camera iperbarica, a testimoniare quanto la sicurezza sia sempre stata al centro del suo lavoro. Quella storia è ora nel libro del giornalista Stefano Arosio Il Corsaro – L'uomo che inventò l'apnea; il volume è stato presentato il 13 settembre proprio a Pareti, trasformata per un giorno in "tempio dell'apnea". Presenti il sindaco Walter Montagna, il vicesindaco Enrico Castellacci, l'apneista e divulgatore Marco Castellazzi e Renzo Mazzarri, tre volte campione del mondo di pesca subacquea. In quell'occasione il Comune gli ha detto pubblicamente grazie, riconoscendolo come parte della storia del Paese.
A
lui chiediamo, come
è nato il soprannome "il Corsaro"?
"Se
devo dire il perché, non lo so. Quando c'era il mare grosso non
avevo paura di uscire, e da lì è nato: Alfredo il Corsaro. Da
allora sono sempre stato io e mi riconosco in questo nome."
E come ha cominciato ad andare sott'acqua?
"L'apnea vera e propria non ricordo. Certo è che fin da bambino, molto piccolo, pescavo con una maschera, pescavo per mangiare: la maschera me l'avevano data i francesi del Club Méditerranée. Solo molto tempo dopo ho scoperto l'apnea, le immersioni, le bombole."
Come è arrivato a Pareti Jacques Mayol?
"Lo mandò da me un amico che lo conosceva bene. Gli disse che avevo una barca, e lui aveva in programma un record. Ci siamo incontrati e ci siamo detti: 'Lo vogliamo fare?'. 'Va bene, facciamolo'. Così è iniziato tutto".
Nel 1983, a 56 anni, Mayol toccò i 105 metri. Come vi preparavate a scendere così in profondità?
"Ci allenavamo insieme, e tanto. Lui si preoccupava per me e io per lui: avevamo paura di quello che non conoscevamo ma avevamo sentito, non volevamo farci cogliere impreparati dalle emergenze. Così, una volta a settimana facevamo una prova, legandogli un palloncino al polso: con quello dovevamo riportarlo subito in superficie. Era un sistema di salvataggio inventato da noi. Siamo stati 'fortunati' e siamo arrivati al record dei 105 metri. Il pericolo sapevamo che c'era, ci è sempre andata bene, contrariamente a molti altri apneisti che sono incorsi in incidenti, anche gravi: noi lo abbiamo sfiorato, ma non l'abbiamo mai conosciuto davvero".
Le immersioni lungo un cavo sono pericolose…
"Certo, ma lo sono meno che scendere a cento metri a fare corallo. Quello era il vero pericolo, e forse non ce ne rendevamo conto: a 100 metri restavamo sotto otto, nove minuti, a 80 anche un buon quarto d'ora".
Poi arrivò Angela Bandini, che nel 1989 scese a 107 metri.
"Bravissima. Aveva fatto gli 80 metri e voleva andare oltre: 'Facciamo gli 85': all’epoca io non avevo l'attrezzatura per arrivare ai 100 metri. In nostro aiuto vennero i Ragazzi del Lago, una comunità che ci fece da sponsor e si fece carico delle spese. Per scendere ancora più giù chiamai un amico che in Sardegna pescava il corallo a grandissime profondità usando l'elio. Gli spiegai le nostre intenzioni e la mattina dopo era già qui all'Elba, arrivato con la prima nave. Facemmo i 107 metri, battendo tutti i record, uomini e donne. Tra le donne è ancora la prima, ma allora fu la prima in assoluto".
Com'è nato il libro?
"Non era mia intenzione farlo. Mi chiedevano spesso di vedere le foto che sono esposte qui al Centro Sub, pareti intere ricche di ricordi e cimeli. Alla fine ho capito che c'era interesse vero e ho cominciato a raccogliere memorie e fotografie. Così è nato il volume di Stefano Arosio, che vendiamo qui".
Qualcuno porterà avanti il Centro Sub di Pareti?
"Mio figlio ha scelto un'altra strada, e anche mio nipote non se l'è sentita. Non è facile salire in barca di notte, quando monta il mare, per spostarla. Faccio un esempio: di solito da Pareti a Porto Azzurro impiego tre quarti d'ora: una notte di Capodanno ci ho messo quattro ore, tanto il mare era spaventoso. È una vita faticosa, una vita difficile."
Cosa si cerca sott'acqua?
"Gli apneisti dicono il paradiso. Una volta, con Pelizzari, ci fecero proprio questa domanda: cosa vedete sott'acqua? E noi (ride, ndr.): l'assegno della Cressi! Scherzi a parte, è vero che sott'acqua si provano emozioni uniche, si vedono cose meravigliose, ma per noi era un lavoro, anche se ci sono cose che non dimenticherò mai".
Un esempio, Corsaro?
"I rami di corallo. Distese, una volta. Giardini rossi ineguagliabili. Il corallo più bello è quello di Fonza, a circa un centinaio di metri al largo del promontorio di Capo Fonza, di fronte al golfo di Marina di Campo sulla costa meridionale dell'Isola: lì c'è una secca fantastica, la più bella del mondo, come quella di Ustica, fondali molto più belli di quelli delle Maldive, quasi monocromatici; là i pesci sono colorati, certamente, ma il corallo e le stelle marine sgargianti che vedevamo a Fonza non ci sono da nessuna parte. Il mare dell'Elba è vivo, profondo e affascinante: le Grand Bleu, come lo chiamava Mayol, un uomo che di profondità se ne intendeva".